Lettori fissi

mercoledì 8 giugno 2011

Intervista ad Anna Vivarelli


Anna Vivarelli è nata a Torino, dove vive. Laureata in Filosofia, ha esordito giovanissima nella scrittura con testi teatrali, racconti e radiodrammi per la Rai.

Da oltre quindici anni si occupa esclusivamente di letteratura per bambini e ragazzi. Vincitrice del premio Battello a Vapore nel 1996, due volte vincitrice del Premio Cento, ha ricevuto nel 2010 il premio Andersen come miglior autore. Ha pubblicato oltre quaranta libri per bambini di tutte le età.

Fra i suoi titoli più recenti, Il vero nome di Lupo Solitario, Tutta colpa di un cane, Piazza Paletta n.1, Preferirei chiamarmi Mario, e insieme ad Anna Lavatelli Chiedimi chi sono e Senza nulla in cambio, per il quale l’8 marzo 2011, in occasione della Festa della donna, ha incontrato il presidente Napolitano.




Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Ad essere sincera, non è stata una decisione consapevole e programmata. Io scrivevo già da molto tempo, ma mi occupavo di drammaturgia, scrittura radiofonica e giornalismo. Il mio amico Guido Quarzo, con cui avevo condiviso moltissime avventure, soprattutto teatrali, mi ha trascinato in un lavoro a quattro mani, che è diventato il mio primo libro per ragazzi. Si intitolava, anzi si intitola, perché è un libro vivo e vegeto, “Uomo nero, verde, blu”. Da allora non mi sono più fermata.

Ha mai sognato un personaggio che ha inventato per una sua storia?

Sognato no. Non ho mai memoria di ciò che sogno. Però la mia matrice teatrale mi condiziona molto: di un personaggio non ho mai un’immagine visiva, ma “sento la sua voce”, che detto così sembra qualcosa di patologico... Però è da questo che parto sempre: un modo di esprimersi, un tic, un determinato uso del linguaggio. Trovata questa voce, che ovviamente determina anche il carattere del protagonista, è più facile per me creare il tono generale della scrittura della storia.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo con il computer, non faccio scalette e prendo molto raramente appunti su carta. Scrivo nel mio studio, che è in un soppalco, nella parte superiore della casa. Sono una persona molto ordinata, forse troppo, a detta dei miei familiari, ma l’ordine delle cose intorno a me credo mi serva a compensare un certo caos nella mia testa.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

No, anzi. Mi piace essere circondata da un po’ di rumore, dalla vita che scorre intorno a me. Non ho riti propiziatori, non chiedo silenzi sacrali. Sotto il mio studio, il resto della famiglia si muove e agisce, ma io ho una discreta capacità di concentrazione. Credo dipenda dal fatto che sono vissuta con una sorella musicista, e ho sempre studiato, dalle elementari alla laurea, con un sottofondo di scale, esercizi, passaggi musicali che si interrompevano e riprendevano spesso centinaia di volte. Ho dovuto imparare a chiudermi nella mia testa...

Quando nasce un nuovo racconto?

Le idee per una storia nuova possono nascere dalla frase letta in un libro, da qualcosa che ho ascoltato casualmente, da un sentimento, più raramente da un ricordo. Si tratta più di un processo di accumulazione che di un’ispirazione momentanea. Un mio romanzo di parecchi anni fa, Il mistero di Castlemoor, è nato dalla lettura di un piccolo saggio, piuttosto noioso a dire il vero, sui tornei di scherma rinascimentali capitatomi in mano casualmente. Un altro, più recente, Preferirei chiamarmi Mario, è nato da un articoletto letto su un giornale, che raccontava di un padre che aveva deciso di chiamare il proprio figlio Venerdì. E poiché l’impiegato dell’anagrafe si era rifiutato di registrare quel nome, la storia era finita sui media. Da quell’articolo è nata una riflessione su certi adulti che assolvono i propri doveri genitoriali con indifferenza e talvolta con un pizzico di sadismo: il mio Venerdì è figlio loro...

Alcuni ritengono che letteratura per i bambini e i ragazzi sia di serie B.
Cosa direbbe a chi la pensa così?

Di leggere qualche libro per ragazzi, italiano o straniero. Scoprirebbe mondi sconosciuti... Perché il punto è proprio questo: di letteratura per bambini e ragazzi si parla poco, si sa poco, si legge poco sui giornali. Spesso, quando qualcuno di estraneo al nostro mondo, viene a sapere quale mestiere faccio, risponde: “Ah, scrivi favole?”. Dopo tanto tempo, riesco sempre a sorprendermi dell’ignoranza di chi, magari, è un genitore o un nonno, e dovrebbe avere una seppur vaga idea di quello che è successo in questo campo dai fratelli Grimm in poi...

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Questa domanda mi spiazza, perché non sono proprio un tipo da “messaggi”. Anzi, tendo a diffidare di chi pensa di aver qualcosa di VERAMENTE importante da dire. Però, da lettrice famelica quale sono, consiglio a tutti, bambini e non, di provare o riprovare a leggere una buona storia: la lettura non è la panacea, ma può essere una fantastica risorsa.

Il sito dell'autrice http://www.annavivarelli.it/

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.


















Nessun commento:

Archivio blog