Lettori fissi

domenica 10 luglio 2011

Intervista a Fabrizio Silei



Fabrizio Silei è nato nel 1967 a Firenze. Diplomato all´Istituto d´arte e laureato in Scienze Politiche, ha lavorato per anni come sociologo presso diversi istituti di ricerca dedicandosi soprattutto alle tematiche dell´identità e della memoria.
Il suo romanzo "Alice e i Nibelunghi" (Salani editore) nel 2008 è stato l´unico romanzo italiano finalista al Premio Unicef di letteratura per i diritti dell´uomo e del bambino. Nel 2009 il romanzo ha vinto il Premio "Mariele Ventre" ex equo con Silvia Roncaglia, promosso dalla Fondazione premio letterario Basilicata. Il suo ultimo romanzo, ambientato nel Chianti del passaggio del fronte e intitolato "Bernardo e l´angelo nero" ha vinto vari Premi di letteratura per ragazzi ed è stato selezionato per l´età 11-13 anni dal progetto "SCELTE DI CLASSE” I migliori libri per ragazzi del 2010". Su Popotus, l´inserto per ragazzi di Avvenire tiene una rubrica quindicennale sulla scrittura dal titolo "Era una notte buia e tempestosa..."


Come mai ha deciso di scrivere anche per i bambini e i ragazzi?

Non l’ho deciso, non con la premeditazione che comporta la parola. Semplicemente ho scoperto il mondo della letteratura per ragazzi e ho sentito che mi sarebbe piaciuto raccontare proprio a loro. Se devo scegliere fra raccontare una storia ad un adulto o a un bambino/ragazzo, io scelgo il bambino, meglio ancora il ragazzo. Se poi l’adulto vuole ascoltare, o leggere, benvenuto. Non funziona sempre al contrario. 

Scrivere solo per adulti è più facile, a volte lo faccio, ma spero sempre che mi leggano anche i ragazzi. Credo di essere finito a raccontare storie per ragazzi e per bambini perché adoro sia i giovani che gli anziani e le loro storie, mentre ho qualche difficoltà in più con i coetanei, chi sta in mezzo al guado e crede che “la realtà sia quella che si vede”. 
Senz’altro la nascita dei miei figli ha contribuito a farmi scrivere storie per i giovanissimi, ma anche il fatto che, come dico spesso, c’è un’età in cui un libro può essere davvero importante, molto più di una distrazione o di una bella storia, e quell’età è raramente l’età adulta. 

Quindi, scrivere per i ragazzi significa accettare la “sfida” più ardua, e rimanere con le orecchie e gli occhi aperti sulla realtà, rammentarsi di come eravamo e siamo, tutto sommato, rimasti. Di quanto è stato difficile e straordinario essere ragazzi, almeno per me.

Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia?

I sogni hanno una grande importanza nella mia scrittura, capita spesso che i protagonisti delle mie storie sognino, o abbiano incubi, è così anche per me. Non mi capita di sognare i personaggi di una storia già scritta e stampata, ma mi capita invece che i personaggi o particolari soluzioni narrative, mi vengano direttamente da un sogno. 
Non si tratta quasi mai, però, di sogni prodotti da un sonno pesante, bensì da uno stato di dormiveglia: la mattina prima di svegliarsi, la sera prima di addormentarmi del tutto, o la notte, se per caso un’idea mi desta. Le idee che sorgono in questi momenti sono più propriamente delle immagini, dei personaggi, che vengono a bussare, per così dire, in cerca di autore. 
Con “Bernardo e l’angelo nero” è stato proprio così, una mattina nel dormiveglia ho visto questo bambino biondo vestito da balilla, in piedi con la bici al fianco. 
«E adesso che vuole questo?» mi sono detto. E per tre mesi ho seguitato a ricordarmene, rivederlo nei momenti di dormiveglia, chiedermi cosa aspettasse e stesse guardando dal momento che guardava per aria. Poi un giorno, finalmente, la telecamera ha girato e in soggettiva sono diventato Bernardo e ho visto con i suoi occhi cosa guardava. 
Allora ho iniziato a scrivere e il romanzo è scrosciato sulle pagine come se fosse già esistito da qualche parte dentro di me e io lo stessi semplicemente trascrivendo. Naturalmente c’era molto lavoro da fare, ma non fatica, la fatica non è granché se il romanzo funziona e cammina per così dire “da solo”.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo a casa mia, nel mio studio a Castelvecchio, fra le mie sculture di cartone che pendono dal soffitto di travi antiche, i colori, le forbici e i cavalletti, in una casa di mura spesse e fresche che appartiene all’ultimo anello di un piccolissimo borgo che fu castello ed è immerso nei boschi di castagni della Valleriana.
Mentre scrivo dalla piccola strada pedonale in pietra sotto la mia finestra sento i miei figli giocare con gli altri bambini del paese e gli anziani che passano fermarsi a discorrere del più e del meno.
Sono disordinato, irrimediabilmente disordinato. Anche se so dove sta ogni cosa nel mio disordine. Non così sul computer. La scrivania del mio Mac è un pulviscolo di file e se non fosse per la funzione cerca, che qualche santo ha inventato, non troverei mai nulla di quanto scrivo. Ogni file ha versioni diverse, spesso le confondo, numerazioni assurde, cartelle doppie, backup ovunque. Ho provato ad essere migliore, ma senza successo.
Quando da tutto questo caos riesco a tirar fuori un libro chiuso, ordinato, che poi va in libreria ed entra nelle case, mi sento bene, è come se avessi messo ordine nella mia testa, se quella cosa perfetta fosse nata dal caos del mio studio e delle mie cose.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Scrivere per un alfabetizzato è la cosa più difficile e più facile che si possa fare allo stesso tempo. Non si spiegherebbe altrimenti il proliferare di scrittori e di libri a cui assistiamo. Tuttavia, molti di questi libri sono scritti con intelligenza e mestiere, sono magari anche tecnicamente buoni, ma ci manca qualcosa. 

Mi spiego meglio. Non ho mai dimenticato un ammonimento, non ricordo pronunciata da quale grande classico, che recitava più o meno così: «Quando vedi che scrivendo le pagine ti colano giù dalla penna con facilità una dietro l’altra, fermati un attimo e chiediti se sta accadendo o se, invece, stai scegliendo la strada più semplice».  

Questo avvertimento è bellissimo, perché ci dice che ci sono almeno due modi di scrivere una storia: seguendo la strada più semplice o, semplicemente, facendola accadere.
La strada più semplice è secondo me quella dell’intelligenza e del mestiere. Quando sento qualcuno che mi dice: devo farmi venire l’ispirazione, oppure, sto cercando una storia per il mio nuovo romanzo, mi rattristo. Una storia che nasce così è molto facile che percorra la strada più semplice e che non accada mai, meno che mai nella testa e nell’anima del lettore. Non importa se poi ci sono tanti lettori che si accontentano di una storia così o preferiscono un hamburger a un buon ristorante.

Il mestiere deve esserci, e tanto, ma quando sento dire: ho già l’idea, so come finirà il libro, lo divido in capitoli, faccio una sintesi di ciò che accade in ogni capitolo e poi passo alla stesura… inorridisco. Che fatica e che noia, che pena scrivere così. Cambierei subito mestiere. Le storie devono accadere, i personaggi devono dettarci, ribellarsi, sorprenderci, meravigliarci ad ogni pagina, come un piccolo miracolo.
Questo va fatto accadere e può accadere ovunque, ma certo c’è un nido, un modo di prepararsi, di respirare, di camminare in punta di piedi che con gli anni diventa il nostro modo di provare a covare le storie. 

Quando nasce un nuovo racconto? 

Ho già risposto a questa domanda parlando del sogno. Ma vorrei dire che il miglior modo di far nascere un racconto è raccontare. E’ bello quando racconto una storia ai miei figli che poi diventa un libro, perché lì, il miracolo dell’improvvisazione nasce dalla relazione fra chi racconta e chi ascolta. Si scrive in tre. Ed è bello mettersi di fronte alla pagina bianca e iniziare e scoprire che la storia, appunto, accade. E se non accade, pazienza: vuol dire che non è il momento. Non si deve forzare, insistere, perché appunto il racconto che ne nasce sarà tutto di testa. Non si mettono le dita laddove si cova. Meglio alzarsi e andare a fare una passeggiata che rovinare il piccolo miracolo che riguarda la vita di chi fa questo mestiere come io intendo farlo.

Per questo motivo niente libri su commissione o editoria scolastica, io racconto le mie storie e basta. Può capitare però, che una richiesta, una domanda o un vincolo, si rivelino risorse creative straordinarie. Che un editore ti dica: scrivimi qualcosa su… e che la nostra testa, ma non solo, prenda a girare e girare e girare, fino a trovare la strada giusta. Si scrive allora una storia che non avremmo mai scritto e bisogna dire grazie a chi ce l’ha chiesta e ha contribuito a farla accadere.
Ma una storia può nascere anche da un incontro, da una poesia, da un vecchio che racconta, dalla vita degli altri, da una mattina d’autunno, dalle lacrime di un figlio, da…


Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B. Cosa rispondere a chi la pensa così?

Sinceramente sono un po’ stanco di questa querelle. Anche perché si risponde sempre alla stessa maniera: l’unicità italiana, la letteratura è letteratura e basta, ci sono storie buone e storie cattive e non letterature buone e cattive, Benedetto Croce, e così via. Discorsi sentiti e fatti mille volte che non ho voglia di ripetere.
Bisogna avere il coraggio di dire che chi scrive seriamente per ragazzi paga lo scotto di stare bene o male in un settore dove, forse, ma solo forse, più che altrove, le ragioni della qualità vengono sacrificate a quelle del marketing, della facilità di lettura, della uniformizzazione delle storie, della strizzata d’occhio agli adolescenti o ai bambini, etc, etc. 

Insomma, accanto a tanti libri eccelsi, nel settore ragazzi ci sono tantissime schifezze create e pensate per far cassa, ed è difficile dire: io sto in questo settore ma la mia è vera letteratura. Tanto più se con la scusa del ragazzino che deve farcela a leggere il libro, l’autore deve sempre fare un passo indietro rispetto al suo linguaggio, alla sua voce, e ai suoi eccessi finendo per somigliare a tutti gli altri. Per questo scrivere per i ragazzi e raccontare le proprie storie come si vuole è sempre prima di tutto un atto di resistenza culturale e civile.


C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?  Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Nessun messaggio (ci mancherebbe!), nessun pensiero profondissimo fatto da chi sale in cattedra e ammonisce o sprona. Niente prediche insomma. Una riflessione? Forse, ma più che altro un ringraziamento. Sì, devo ringraziare i ragazzi e gli uomini e le donne che hanno letto e leggeranno le mie storie dando un senso a quello che faccio e alla mia vita. 

Voglio ringraziare gli insegnanti, i bibliotecari, i librai indipendenti, i genitori, gli amici di famiglia, gli zii che hanno permesso con il loro consiglio e il loro lavoro alle mie storie di arrivare ai ragazzi e ai bambini. E’ difficile che un ragazzino o un bambino da solo entri in libreria e in quel marasma se ne esca senza un vampiro sotto braccio o un maialino spernacchione, se questo è accaduto è stato molte volte per la loro mediazione, spesso accorata, sempre consapevole.
Solo dopo è capitato ciò che accade sempre: quando i ragazzi incontrano una buona storia la sanno riconoscere. Bisognerebbe ricordarselo. Tutto qui.

 Il sito dell'autore http://www.fabriziosilei.it/

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.
   

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