Lettori fissi

venerdì 9 giugno 2017

Biennale 2017 Padiglione del Libano



L’Opera che ho trovato particolarmente emozionante alla Biennale di Venezia 2017 è quella del libanese Zad Moultaka, all’arsenale. Si entra in un padiglione completamente buio, chi ti riceve ti dice che puoi camminare tranquilla perché lo spazio è libero, oppure puoi sederti.



Il buio è totale. Dopo un periodo di silenzio, si comincia a sentire un canto, solo due voci. È una preghiera per scongiurare l’apocalisse, l’antico inno a ŠamaŠ, il dio babilonese del sole e della giustizia, che si trova su un’alta stele nera incisa 4000 anni fa, considerata la prima tavola della legge. Al centro c’è un motore a reazione, simbolo della rovina del mondo.

L’immenso padiglione si illumina, molto lentamente, prima su una parete, cosparsa di quelle che sembrano stelle scintillanti. In realtà sono 150.000 monete, simbolo del Vello d’oro. Poi via via, per gradi, l’ambiente intero viene investito dalla luce.






Ci sono state altre opere che ho apprezzato molto, ma questa mi ha proprio commossa. Potrei tornare a rivedere l’arsenale solo per questo.

Quando si muore, forse succede così. Comunque sia in quel padiglione ho visto come secondo me dovrebbe essere Dio. Appare nell’oscurità in cui mi trovo e con un canto a voce bassa ma potente, commovente, accogliente, illumina tutto in modo che io possa finalmente vedere ciò che ora non vedo. 


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