Lettori fissi

sabato 30 luglio 2011

Libri Chicca



C’è una libreria… si trova vicino alla spiaggia, incastonata tra negozi che vendono tappeti, costumi da bagno e altri straccetti. Ha l’aria poco ordinata del magazzino. È composta da due stanze separate da un corridoio ingombro di cassettoni colmi di libri buttati alla rinfusa. Il padrone guarda la tv e bada distrattamente alla sua attività. Per arrivare ci metto circa un’ora e mezza di macchina, tocca intrufolarsi nella folla di turisti, sembra di essere in vacanza. Ma l’altra sera non ho fatto nessuna capatina in spiaggia, non ho nemmeno visto il mare. Ho preso la macchina e sono partita col semplice intento di arrivare lì.
Questa libreria di Grado, una del gruppo Tempolibro, ogni tanto mi manda il suo richiamo e devo andare, puntualmente trovo delle chicche.

Stavolta, oltre a quattro belle raccolte di fiabe e leggende a metà prezzo, ho rinvenuto, tra decine e decine di piccoli libri sottili, alcuni che penso siano ormai fuori produzione e disponibili solo in biblioteca. Invece per un euro soltanto, me li sono portati a casa.

Sono “Il maestro Bora” di Donatella Ziliotto (come potevo non averlo?!) un testo svelto e ironico di rara leggerezza, poetico e molto gustoso, e “Piccolo Nasolungo” di Wilhelm Hauff, un racconto bellissimo, classico ma nello stesso tempo moderno, si narra coi modi della fiaba classica, ma la trama scoppietta, non è scontata e fa sorridere. Tra l’altro, questo autore che non conoscevo, era di Stoccarda, e visse solo 25 anni, dal 1802 al 1827, ma raccolse in oltre trenta volumi, novelle, poesie, e soprattutto fiabe della tradizione popolare che spiccavano per senso dell’umorismo e del fantastico. Ha svolto lo stesso ruolo dei Grimm. Erano tutti appassionati raccoglitori di storie.






Si trovano ottime occasioni d’acquisto anche nel web, certo, ma bisogna ordinare, aspettare che arrivi il pacco, sperando di esserci quando arriva... insomma la libertà di cercare sfogliando senza fretta, il piacere della scoperta e quello di portarsi subito a casa il raccolto, sono sensazioni impagabili. Così è da un po’ che sto pensando di fare una “capatina” a Lignano, lì c’è un’altra libreria con questo marchio, anche in altri posti se è per questo. Li troverete con facilità, basta cliccare su http://www.librerietempolibro.com/
Il sito è squallidino, ma non fatevi scoraggiare dalle apparenze.

Vorrei dirvi anche di un altro autore-raccoglitore d’altri tempi, Lang.
C’è chi sta traducendo i testi.
Il sito http://www.lefavoledilang.it/index.html vi spiegherà nei minimi dettagli chi è e cosa ha fatto, vi anticipo solo che ha suddiviso le sue raccolte per libri dai vari colori e già questo è un tocco di romanticismo che non dispiace, se vi va date un’occhiata.
 



lunedì 25 luglio 2011

L'ultima lettura dell'estate


Mentre la mia mente è tutta presa da una storia sugli orchi, che sto scrivendo divertendomi a metterci dentro un pizzico di verità quotidiana, qualche riferimento a personaggi che conosco…

mentre il tempo sembra impazzito regalandoci temperature decisamente autunnali, cosa che non mi dispiace affatto, per questo lo considero un regalo, però credo sia preoccupante un’aria così fresca a luglio...

be’ mentre la vita scorre con i soliti affanni e i soliti intoppi, siamo riuscite, l’editrice, l’illustratrice ed io, ad eseguire anche l’ultima lettura, per questa estate, del Gato coi Stivai.
Alla biblioteca Gambini.


Il libro in questione è finalmente in arrivo a Trieste, doveva essere presente con noi oggi, fresco di stampa, ma a causa di uno sciopero dei trasporti è rimasto inchiodato in qualche posto nei dintorni. Nei prossimi giorni, proprio in settimana, sarà disponibile in tutte le librerie cittadine.


Appena avrò la mia copia farò delle foto da mettere anche nell’altro blog http://cristinamarsilibri.blogspot.com/


E così, delle fiabe in triestino riparleremo appena a novembre
quando usciranno i “Tre Porcheti”.
Scusate la spudorata pubblicità ma crediamo tanto nelle nostre Fregole!







mercoledì 20 luglio 2011

Nell’estate triestina le biblioteche si danno da fare per intrattenere i bambini, magari in giornate piovose come questa di oggi. Ho fatto la foto al volantino che descrive le varie letture animate, i laboratori, le attività ludiche. C’è stata anche una lettura de “El gato coi stivai” e un’altra avverrà tra poco, ma vorrei testimoniare la passione, il sentimento e l’allegria delle persone che lavorano in biblioteca, scegliete un appuntamento e provate ad assistere, è un mondo fantastico, fatto di persone capaci e gentili, non vi pentirete d’aver passato qualche ora tra i libri.


venerdì 15 luglio 2011

Intervista a Lodovica Cima


Sono nata a Lecco, ma vivo e lavoro a Milano, dove mi sono laureata in Letteratura italiana comparata alla Letteratura inglese, dopo essermi diplomata come maestra elementare. Sono sposata e mamma di un bambino e di una bambina.

Da più di quindici anni lavoro nell'editoria per ragazzi, dapprima come redattrice in case editrici librarie (Signorelli, Vita e Pensiero, Cetem, De Agostini, Giunti, PBM Editori) e poi, dal 1996 come autrice/progettista e consulente editoriale. Ho creato e diretto per nove anni la collana di narrativa per ragazzi "LA GIOSTRA DI CARTA" per Bruno Mondadori Editore.
Dal 2006 sono responsabile del settore ragazzi di Edizioni San Paolo.

Accanto al lavoro di scrittura e consulenza ho sempre mantenuto attività di collaborazione con riviste specializzate (Letture in cui è titolare della rubrica "Ragazzi", Il Giornalino, Famiglia Oggi, Famiglia Cristiana, Il Segnalibro, Popotus/Avvenire, Vita scolastica, La Scuola dell’Infanzia).
Collaboro a Filastrocche.it con testi inediti e recensioni.

Qualcosa di più di una foto, vi inserisco il link di un piccolo video
in cui Lodovica Cima ci parla di editoria per ragazzi

Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Perché scrivere per loro vuol dire togliersi completamente gli abiti da adulta e riuscire ad arrivare ad un’altra lunghezza d’onda e di parola!

Qual è il racconto che spera un giorno di riuscire a scrivere? Quello che sente vorrebbe raccontare e spera di essere in grado di tirar fuori.

L’ho strutturato e cominciato, ma non riesco ad avanzare, è una storia che conuiga realtà e fumetto: un ragazzino fa amicizia con un personaggio dei fumetti che diventa il suo amico immaginario, ma in realtà visibilissimo sulle pagine dei fumetti che lui acquista e legge.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo principalmente nel sottotetto di casa mia, tra le tegole traballanti dei tetti del centro di Milano.
I piccioni tubano e mi fanno compagnia.
Sotto di me c’è l’appartamento in cui vive la mia famiglia “rumorosa”.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Annoto tutto su un quadernetto nero. Ne avrò riempiti centinaia, da quando ho cominciato, tutti uguali. Molte idee poi vengono travasate nei miei libri, altre rimangono lì per sempre. Porto sempre con me il quaderno, anche quando vado a sciare, nello zaino. C’è chi mi prende in giro…

Sta lavorando a qualcosa in questo periodo?

Sì certo. Ho un librino in uscita in settembre e quindi lo sto accompagnando, nel senso che seguo il lavoro dell’illustratrice per filo e per segno… poi sto scrivendo una nuova storia, ma per ora non voglio svelare di cosa si tratta. Dico solo che è piuttosto difficile da scrivere e quindi avanzo pian piano come una formichina.

Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B. Cosa rispondere a chi la pensa così?

Purtroppo si pensa così in Italia. All’estero quasi tutti i grandissimi della letteratura hanno in curriculum almeno un libro per ragazzi. La letteratura vera non ha limiti di età. Mi chiedono spesso: “perché non scrivi per i grandi? Avresti più successo, guadagneresti di più” io sorrido e non per snobismo, ma rispondo che non mi interessa, mi interessa riuscire a parlare con i piccoli, le persone in trasformazione sono più interessanti.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Siamo in un momento di grandissima trasformazione dell’oggetto libro. L’amore per la lettura potrebbe cedere alla mania del gioco a tutti i costi, con questi nuovi tablets. Allora vorrei dire che la magia della narrazione non è sostituibile con niente altro, sta a noi autori trovare il modo di adeguarci ai nuovi supporti per continuare a far vivere quella magia.

Il sito dell'autrice http://www.lodovicacima.it/

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.





mercoledì 13 luglio 2011

Intervista a Guido Quarzo



Guido Quarzo è nato a Torino, dove vive e lavora. Laureato in pedagogia, ha lavorato per molti anni nella scuola elementare sia come insegnante sia come formatore. Si è occupato in modo particolare di teatro per ragazzi, scrivendo testi, organizzando laboratori e spettacoli, ed impegnandosi nell'insegnamento della scrittura creativa. Dal 1989 ha iniziato a pubblicare testi per bambini e ragazzi sia in poesia che in prosa. Nel 1995 ha vinto il premio Andersen. Nel 1999 ha lasciato l'insegnamento per dedicarsi completamente alla scrittura.


Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?
Ho sempre lavorato con bambini dai sei agli undici anni, come insegnante elementare. La mia scrittura nasce in quel contesto. Raccontare storie ai bambini (e raccogliere narrazioni dai bambini) è stata una questione di sopravvivenza.


Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia?
No, mai.


Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?
Ho sempre preferito la scrittura a mano, su vecchi quaderni o agende recuperate. Da un po' di tempo ho preso maggior dimestichezza con il computer. Naturalmente possiedo ancora la mia prima “lettera 22”. La usavo per la “bella copia” dei miei primi lavori: un originale e due copie carbone...


Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?
L'unica condizione indispensabile è di trovarmi in una situazione di relativa serenità d'animo. Diversamente non riesco a concentrarmi nel modo necessario alla scrittura.


Quando nasce un nuovo racconto?
Quando mi imbatto in una situazione o in un personaggio che, pur appartenendo al mondo reale, sembrano usciti da un libro.

Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B. Cosa rispondere a chi la pensa così?
Mi interesserebbe rispondere solo se si trattasse di una persona in qualche modo coinvolta nella diffusione del libro e nella promozione della lettura (libraio, bibliotecario, insegnante, giornalista). In questo caso, suggerirei di aggiornarsi sullo stato dell'arte, perché un'opinione di questo tipo non aiuta certo a formare una generazione di lettori.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Vorrei fare pubblicità a un libro che non esiste più. Mi piacerebbe che qualcuno ristampasse “Saltapicchio e Lumachino” di Augusto Piccioni (Momus): un delizioso esempio di letteratura di serie B.


Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.





domenica 10 luglio 2011

Intervista a Fabrizio Silei



Fabrizio Silei è nato nel 1967 a Firenze. Diplomato all´Istituto d´arte e laureato in Scienze Politiche, ha lavorato per anni come sociologo presso diversi istituti di ricerca dedicandosi soprattutto alle tematiche dell´identità e della memoria.
Il suo romanzo "Alice e i Nibelunghi" (Salani editore) nel 2008 è stato l´unico romanzo italiano finalista al Premio Unicef di letteratura per i diritti dell´uomo e del bambino. Nel 2009 il romanzo ha vinto il Premio "Mariele Ventre" ex equo con Silvia Roncaglia, promosso dalla Fondazione premio letterario Basilicata. Il suo ultimo romanzo, ambientato nel Chianti del passaggio del fronte e intitolato "Bernardo e l´angelo nero" ha vinto vari Premi di letteratura per ragazzi ed è stato selezionato per l´età 11-13 anni dal progetto "SCELTE DI CLASSE” I migliori libri per ragazzi del 2010". Su Popotus, l´inserto per ragazzi di Avvenire tiene una rubrica quindicennale sulla scrittura dal titolo "Era una notte buia e tempestosa..."


Come mai ha deciso di scrivere anche per i bambini e i ragazzi?

Non l’ho deciso, non con la premeditazione che comporta la parola. Semplicemente ho scoperto il mondo della letteratura per ragazzi e ho sentito che mi sarebbe piaciuto raccontare proprio a loro. Se devo scegliere fra raccontare una storia ad un adulto o a un bambino/ragazzo, io scelgo il bambino, meglio ancora il ragazzo. Se poi l’adulto vuole ascoltare, o leggere, benvenuto. Non funziona sempre al contrario. 

Scrivere solo per adulti è più facile, a volte lo faccio, ma spero sempre che mi leggano anche i ragazzi. Credo di essere finito a raccontare storie per ragazzi e per bambini perché adoro sia i giovani che gli anziani e le loro storie, mentre ho qualche difficoltà in più con i coetanei, chi sta in mezzo al guado e crede che “la realtà sia quella che si vede”. 
Senz’altro la nascita dei miei figli ha contribuito a farmi scrivere storie per i giovanissimi, ma anche il fatto che, come dico spesso, c’è un’età in cui un libro può essere davvero importante, molto più di una distrazione o di una bella storia, e quell’età è raramente l’età adulta. 

Quindi, scrivere per i ragazzi significa accettare la “sfida” più ardua, e rimanere con le orecchie e gli occhi aperti sulla realtà, rammentarsi di come eravamo e siamo, tutto sommato, rimasti. Di quanto è stato difficile e straordinario essere ragazzi, almeno per me.

Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia?

I sogni hanno una grande importanza nella mia scrittura, capita spesso che i protagonisti delle mie storie sognino, o abbiano incubi, è così anche per me. Non mi capita di sognare i personaggi di una storia già scritta e stampata, ma mi capita invece che i personaggi o particolari soluzioni narrative, mi vengano direttamente da un sogno. 
Non si tratta quasi mai, però, di sogni prodotti da un sonno pesante, bensì da uno stato di dormiveglia: la mattina prima di svegliarsi, la sera prima di addormentarmi del tutto, o la notte, se per caso un’idea mi desta. Le idee che sorgono in questi momenti sono più propriamente delle immagini, dei personaggi, che vengono a bussare, per così dire, in cerca di autore. 
Con “Bernardo e l’angelo nero” è stato proprio così, una mattina nel dormiveglia ho visto questo bambino biondo vestito da balilla, in piedi con la bici al fianco. 
«E adesso che vuole questo?» mi sono detto. E per tre mesi ho seguitato a ricordarmene, rivederlo nei momenti di dormiveglia, chiedermi cosa aspettasse e stesse guardando dal momento che guardava per aria. Poi un giorno, finalmente, la telecamera ha girato e in soggettiva sono diventato Bernardo e ho visto con i suoi occhi cosa guardava. 
Allora ho iniziato a scrivere e il romanzo è scrosciato sulle pagine come se fosse già esistito da qualche parte dentro di me e io lo stessi semplicemente trascrivendo. Naturalmente c’era molto lavoro da fare, ma non fatica, la fatica non è granché se il romanzo funziona e cammina per così dire “da solo”.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo a casa mia, nel mio studio a Castelvecchio, fra le mie sculture di cartone che pendono dal soffitto di travi antiche, i colori, le forbici e i cavalletti, in una casa di mura spesse e fresche che appartiene all’ultimo anello di un piccolissimo borgo che fu castello ed è immerso nei boschi di castagni della Valleriana.
Mentre scrivo dalla piccola strada pedonale in pietra sotto la mia finestra sento i miei figli giocare con gli altri bambini del paese e gli anziani che passano fermarsi a discorrere del più e del meno.
Sono disordinato, irrimediabilmente disordinato. Anche se so dove sta ogni cosa nel mio disordine. Non così sul computer. La scrivania del mio Mac è un pulviscolo di file e se non fosse per la funzione cerca, che qualche santo ha inventato, non troverei mai nulla di quanto scrivo. Ogni file ha versioni diverse, spesso le confondo, numerazioni assurde, cartelle doppie, backup ovunque. Ho provato ad essere migliore, ma senza successo.
Quando da tutto questo caos riesco a tirar fuori un libro chiuso, ordinato, che poi va in libreria ed entra nelle case, mi sento bene, è come se avessi messo ordine nella mia testa, se quella cosa perfetta fosse nata dal caos del mio studio e delle mie cose.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Scrivere per un alfabetizzato è la cosa più difficile e più facile che si possa fare allo stesso tempo. Non si spiegherebbe altrimenti il proliferare di scrittori e di libri a cui assistiamo. Tuttavia, molti di questi libri sono scritti con intelligenza e mestiere, sono magari anche tecnicamente buoni, ma ci manca qualcosa. 

Mi spiego meglio. Non ho mai dimenticato un ammonimento, non ricordo pronunciata da quale grande classico, che recitava più o meno così: «Quando vedi che scrivendo le pagine ti colano giù dalla penna con facilità una dietro l’altra, fermati un attimo e chiediti se sta accadendo o se, invece, stai scegliendo la strada più semplice».  

Questo avvertimento è bellissimo, perché ci dice che ci sono almeno due modi di scrivere una storia: seguendo la strada più semplice o, semplicemente, facendola accadere.
La strada più semplice è secondo me quella dell’intelligenza e del mestiere. Quando sento qualcuno che mi dice: devo farmi venire l’ispirazione, oppure, sto cercando una storia per il mio nuovo romanzo, mi rattristo. Una storia che nasce così è molto facile che percorra la strada più semplice e che non accada mai, meno che mai nella testa e nell’anima del lettore. Non importa se poi ci sono tanti lettori che si accontentano di una storia così o preferiscono un hamburger a un buon ristorante.

Il mestiere deve esserci, e tanto, ma quando sento dire: ho già l’idea, so come finirà il libro, lo divido in capitoli, faccio una sintesi di ciò che accade in ogni capitolo e poi passo alla stesura… inorridisco. Che fatica e che noia, che pena scrivere così. Cambierei subito mestiere. Le storie devono accadere, i personaggi devono dettarci, ribellarsi, sorprenderci, meravigliarci ad ogni pagina, come un piccolo miracolo.
Questo va fatto accadere e può accadere ovunque, ma certo c’è un nido, un modo di prepararsi, di respirare, di camminare in punta di piedi che con gli anni diventa il nostro modo di provare a covare le storie. 

Quando nasce un nuovo racconto? 

Ho già risposto a questa domanda parlando del sogno. Ma vorrei dire che il miglior modo di far nascere un racconto è raccontare. E’ bello quando racconto una storia ai miei figli che poi diventa un libro, perché lì, il miracolo dell’improvvisazione nasce dalla relazione fra chi racconta e chi ascolta. Si scrive in tre. Ed è bello mettersi di fronte alla pagina bianca e iniziare e scoprire che la storia, appunto, accade. E se non accade, pazienza: vuol dire che non è il momento. Non si deve forzare, insistere, perché appunto il racconto che ne nasce sarà tutto di testa. Non si mettono le dita laddove si cova. Meglio alzarsi e andare a fare una passeggiata che rovinare il piccolo miracolo che riguarda la vita di chi fa questo mestiere come io intendo farlo.

Per questo motivo niente libri su commissione o editoria scolastica, io racconto le mie storie e basta. Può capitare però, che una richiesta, una domanda o un vincolo, si rivelino risorse creative straordinarie. Che un editore ti dica: scrivimi qualcosa su… e che la nostra testa, ma non solo, prenda a girare e girare e girare, fino a trovare la strada giusta. Si scrive allora una storia che non avremmo mai scritto e bisogna dire grazie a chi ce l’ha chiesta e ha contribuito a farla accadere.
Ma una storia può nascere anche da un incontro, da una poesia, da un vecchio che racconta, dalla vita degli altri, da una mattina d’autunno, dalle lacrime di un figlio, da…


Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B. Cosa rispondere a chi la pensa così?

Sinceramente sono un po’ stanco di questa querelle. Anche perché si risponde sempre alla stessa maniera: l’unicità italiana, la letteratura è letteratura e basta, ci sono storie buone e storie cattive e non letterature buone e cattive, Benedetto Croce, e così via. Discorsi sentiti e fatti mille volte che non ho voglia di ripetere.
Bisogna avere il coraggio di dire che chi scrive seriamente per ragazzi paga lo scotto di stare bene o male in un settore dove, forse, ma solo forse, più che altrove, le ragioni della qualità vengono sacrificate a quelle del marketing, della facilità di lettura, della uniformizzazione delle storie, della strizzata d’occhio agli adolescenti o ai bambini, etc, etc. 

Insomma, accanto a tanti libri eccelsi, nel settore ragazzi ci sono tantissime schifezze create e pensate per far cassa, ed è difficile dire: io sto in questo settore ma la mia è vera letteratura. Tanto più se con la scusa del ragazzino che deve farcela a leggere il libro, l’autore deve sempre fare un passo indietro rispetto al suo linguaggio, alla sua voce, e ai suoi eccessi finendo per somigliare a tutti gli altri. Per questo scrivere per i ragazzi e raccontare le proprie storie come si vuole è sempre prima di tutto un atto di resistenza culturale e civile.


C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?  Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Nessun messaggio (ci mancherebbe!), nessun pensiero profondissimo fatto da chi sale in cattedra e ammonisce o sprona. Niente prediche insomma. Una riflessione? Forse, ma più che altro un ringraziamento. Sì, devo ringraziare i ragazzi e gli uomini e le donne che hanno letto e leggeranno le mie storie dando un senso a quello che faccio e alla mia vita. 

Voglio ringraziare gli insegnanti, i bibliotecari, i librai indipendenti, i genitori, gli amici di famiglia, gli zii che hanno permesso con il loro consiglio e il loro lavoro alle mie storie di arrivare ai ragazzi e ai bambini. E’ difficile che un ragazzino o un bambino da solo entri in libreria e in quel marasma se ne esca senza un vampiro sotto braccio o un maialino spernacchione, se questo è accaduto è stato molte volte per la loro mediazione, spesso accorata, sempre consapevole.
Solo dopo è capitato ciò che accade sempre: quando i ragazzi incontrano una buona storia la sanno riconoscere. Bisognerebbe ricordarselo. Tutto qui.

 Il sito dell'autore http://www.fabriziosilei.it/

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.
   

venerdì 8 luglio 2011

Intervista a Maria Loretta Giraldo


 
Maria Loretta Giraldo è nata a Vallonga, in provincia di Padova, dove si dice sia sepolto un carro tutto d’oro. Vive e lavora a Dolo, sulla Riviera del Brenta.
Ha pubblicato libri presso varie case editrici, italiane e straniere: Giunti, San Paolo, De Agostini, Fabbri, Fatatrac, Il Punto d’Incontro, Ta Chien Publishing, Acmebooks, Bohem press, Edizioni Messaggero.
Ha scritto varie storie per Il messaggero di ragazzi, ha collaborato con riviste specialistiche e le sue filastrocche sono pubblicate su molti libri di lettura e, cosa di cui va molto fiera, sull’enciclopedia I Quindici.


Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Due fortune! La prima è che ho una mamma che conosce una quantità di filastrocche, poesie, cante e conte. Una per ogni festa, una per ogni occasione.
La seconda è che sono stonata. Ebbene sì, sono molto molto stonata. E così ho imparato a canterellare tra me e me, e canterellando tra me e me ho scoperto il filo magico che lega le parole. Con questo filo si fanno giochi di filastrocche, e io adoro le filastrocche.
Non a caso il mio primo libro si chiama: Rime per tutto l’anno.

Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia? 

No, non me ne ricordo. Succede piuttosto che un personaggio mi abbia svegliato nel cuore della notte, questo sì.
Del resto tra noi c’è sempre una grande confidenza. Ancora prima di descriverli, sulla carta, devo conoscerli alla perfezione. Sapere come parlano, come si muovono, cosa pensano, cosa mangiano. E loro devono conoscere me.
Solo dopo possiamo scegliere, insieme, il loro nome.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Ho scritto molte delle filastrocche di L’arca Burlona sul retro degli scontrini della spesa, in auto, durante le soste ai semafori, mentre andavo in ufficio. (Non è colpa mia, le filastrocche sono fatte così, devi scriverle subito altrimenti scappano!)
Ma per altri libri ho fatto accurate ricerche in biblioteca. Per piccoli romanzi storici, o quando scrivo per Giunti Progetti Educativi che fa dei magnifici libri su vari argomenti. Ricerco, così non finisco mai di imparare.
Ma più spesso lavoro sul pc, fisso o portatile che sia e, pur avendo una stanza dedicata, uno studio diciamo, mi piace molto scrivere al tavolo di cucina, di mattina presto, davanti a una bella tazza di caffelatte.
  
Quando nasce un nuovo racconto?

Concordo con i bravissimi autori che hanno già mi hanno preceduto qui.
Spesso succede casualmente. A volte si tratta semplicemente del suono di parole sentite per caso, a volte di un’emozione che ti nasce dentro e che diventa incontenibile, a volte si tratta solo un pensiero birichino che ti arriva improvviso nella testa e che non ti lascia. Le storie trovano mille strategie per farsi raccontare.

Alcuni affermano che la letteratura per ragazzi è di serie B...

Qualcuno ha detto anche che chi fa una storia breve è un generoso, perché consuma in poche righe un’idea preziosa.
È così: ci sono libri per bambini che in poche pagine regalano concetti fondamentali. O preziosi sorrisi, o visioni che allargano la mente.
Libri che fanno bene anche agli adulti.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista? 
Un pensiero, una riflessione, un messaggio…

Sì! È qualcosa che ho detto spesso alle persone che ho incontrato nel mio lungo lavoro di orientatrice, ma anche ai miei figli e a me stessa:
Restare ancorati con i piedi per terra, senza però mai perdere d’occhio i propri sogni.
Si tratta di un augurio, più che di un consiglio.

Se volete scrivere all'utrice: marialoretta.giraldo1@virgilio.it

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.

martedì 5 luglio 2011

Intervista a Roberta Grazzani





Sono nata a Codogno una quantità inverosimile di anni fa.
Da quando avevo vent’anni scrivo per i ragazzi.

Ho pubblicato circa sessanta libri per bambini e ragazzi e ad alcuni di essi è stato assegnato un premio letterario. Il maggior premio, però, mi viene assegnato in silenzio dai ragazzi che leggono e amano le mie storie e i miei personaggi come fossero reali. Per oltre trent’anni ho diretto Giovani Amici, un mensile per bambini e su quelle pagine ho pubblicato centinaia di racconti e favole.

Nel 1995 ho fondato per il quotidiano Avvenire, insieme a Dino Boffo, l’inserto POPOTUS, che prende il nome da un ippopotamo, Popotus appunto, da me creato.







Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Avevo appena imparato a leggere quando a poco più di sei anni, mia mamma mi regalò il primo giornalino della mia vita: il Corriere dei Piccoli. Lessi lentamente quelle pagine, ma ciò che mi colpì fu una storia magica. Parlava di una nonna che faceva una bambola di pastafrolla, la metteva nel forno e quando la toglieva, cotta e dorata, la bambola di pastafrolla diventava viva. Rimasi affascinata da quella storia, perché mi resi conto che con le parole si potevano raccontare storie e creare situazioni nuove. Credo che in quel momento la decisione di scrivere abbia messo in me le prime piccole radici.

Poi a vent’anni ebbi fortuna di trovarmi a lavorare come segretaria in un posto speciale: l’Università cattolica, con un capufficio letterato, che intuì, senza che io gliene avessi accennato, che avevo un talento, quello di saper raccontare e mi trasferì nella redazione dei giornali per ragazzi, che divenne la mia palestra.

Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia?

Non ricordo di avere fatto sogni legati alle mie storie. Piuttosto ho qualcosa da dire sui personaggi che creo ed è questa. Quando ho finito un racconto, specialmente se è un romanzo, si fa dentro di me un vuoto, come un’assenza e un disagio: mi mancano i personaggi che avevo inventato, come se fossero stati persone vive.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo ormai da oltre vent’anni direttamente sul computer e prima ancora sulla macchina per scrivere.
A mano ho scritto solo i miei primi due romanzi, quando avevo poco meno di trent’anni. Il mio tavolo di lavoro è la scrivania del computer, perché è il computer che contiene tutto quello che mi serve. Dagli appunti, al progetto, alla scaletta, alle minute.
Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Se decido di scrivere un racconto breve lo posso fare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Se invece si tratta di un romanzo me ne vado da casa, in un luogo dove ci sia silenzio e dove io possa scrivere quando voglio a qualsiasi ora del giorno e della notte. In genere queste, che io chiamo “fughe di scrittura” si verificano due volte all’anno. Affitto un piccolo appartamento direttamente sul mare (sempre quello da anni) e lì scrivo senza interruzione. Quando alzo gli occhi vedo il mare e questo mi basta per darmi la serenità necessaria per scrivere senza interruzione per ore e ore.

Quando nasce un nuovo racconto?

Nasce quando decido di farlo nascere o perché mi è stato richiesto o perché mi è venuta un’idea. Quando dirigevo Giovani Amici il racconto nasceva una volta al mese, perché doveva essere pubblicato. Non credo nell’ispirazione che deve venire (e se non viene?) credo piuttosto nella volontà che fa nascere l’ispirazione.

Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B.
Cosa risponde a chi la pensa così?

Certo per molto tempo la letteratura per ragazzi è stata anche di serie B.

E purtroppo lo è ancora qualche volta. Alcuni pensano che scrivere per i bambini sia facile e che ai bambini si possa propinare di tutto, specialmente storie buttate lì in qualche modo, purché ci siano situazioni stupefacenti, magiche, straordinarie. Invece scrivere per i bambini è difficile e impegnativo, bisogna essere in grado di toccare certe corde, di destare sentimenti, attese e interesse. Tutto questo in uno stile attraente che affascini e insegni. I bambini possono amare una storia non tanto per i suoi contenuti quanto piuttosto per come è stata raccontata, con quali parole, con quali atmosfere. E’ il COME che rende la letteratura per ragazzi di serie A, una serie A diversa da quella degli adulti, ma non per questo meno importante o di meno valore.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Vorrei dire che scrivere per i ragazzi è un impegno grande e nobile, perché i ragazzi sono il nostro futuro e uno scrittore può contribuire, a fare in modo che sia un buon futuro.


Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.

sabato 2 luglio 2011

Intervista a Fulvia Degl'Innocenti


Fulvia Degl'Innocenti è nata a la Spezia, e, dopo la laurea in pedagogia, è arrivata a Milano per seguire un corso di giornalismo. Per un po' di anni ha contemporaneamente studiato, insegnato alle scuole elementari, collaborato con moltissimi giornali, tra cui il "Corriere della sera", il "Giorno", "Famiglia Cristiana", "Focus",  ha condotto programmi radiofonici alla Rai, ha fatto il critico cinematografico per una serie di riviste.
Poi, il 12 settembre 1994, proprio il giorno del suo compleanno, è stata assunta al "Giornalino", il settimanale per ragazzi della Periodici San Paolo, dove lavora tuttora con la qualifica di caposervizio e  cui poi nel tempo si è affiancato il mensile "G Baby".
Ha pubblicato libri per bambini e ragazzi per svariate case editrici, tra cui Bruno Mondadori, EL, Piemme, Il Gioco di leggere, Lavieri, Edizioni San Paolo. In particolare con il suo romanzo per giovani adulti "La ragazza dell'Est" ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Bancarellino. Dal 2004 dirige la collana "Il parco delle storie" per le Edizioni Paoline.



l'autrice al centro


Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Se per scrittura si parla di quella giornalistica, prima di approdare a un giornale per ragazzi (un po’ per caso in verità) ho lavorato per numerose testate da adulti. Poi, una volta arrivata nella redazione del Giornalino, ho conosciuto la scrittrice Lodovica Cima, proprio nel momento in cui stava per dare vita a una nuova collana di libri per ragazzi per Bruno Mondadori. Mi sono ricordata che da piccola volevo fare la scrittrice, e l’ho confessato, così di getto. “Mi piacerebbe scrivere un libro!”. Lei mi ha detto: “Prova!”, e io l’ho fatto. Mi è venuto bene in effetti (il primo libro si chiamava “La danza delle carote”) e mi è piaciuto così tanto che non ho più smesso.

Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia?

Io miei sogni sono molto articolati, vere e proprie avventure e disavventure, in cui finiscono tante persone e situazioni reali, che assumono contorni a volte grotteschi, altre volte emozionanti. Sogno molto i bambini, i neonati, e li sento tutti come veri e dopo averli sognati non li dimentico più. Ma i personaggi delle storie fanno parte di un sogno che faccio da sveglia, e mi vengono a trovare nei momenti più impensati, e una volta che li ho creati mi affeziono molto a loro. Come al mio folletto cuoco che cucina sorrisini assortiti e torte del coraggio, o al mio ranocchio che vuole diventare un principe, o alla mia principessa capricciosa che mangia fino a diventare tonda come un oblò.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

La carta ormai mi serve solo per appuntare le interviste che faccio per il giornale. Scrivo al Pc, nella mia stanza tuttofare che è cucina, tinello, soggiorno, studio. Lo faccio quei sabati e quelle domeniche che i miei due bambini sono con il papà. Mi sveglio presto, niente radio perché mi distraggo, qualche spuntino da sgranocchiare, e largo alle parole che si materializzano sotto i colpi vibranti delle mie dita sulla tastiera.


Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Io ho scritto di tutto, dalle fiabe per i piccolini ai romanzi, alle opere di divulgazione. Ogni tipo di scrittura richiede un diverso impegno. Per alcuni libri la creatività sta nell’idearli e nel progettarli, poi vengono da sé. Una fiaba invece è un’esplosione, tutto subito. Un romanzo è fatica, è leggere e rileggere, è immedesimarsi nei personaggi per aderire alle loro emozioni e vissuti vestendoli con le proprie. E allora mi ritrovo a tradurre le emozioni in gesti per sentirli meglio dentro di me.

Quando nasce un nuovo racconto?

Una fiaba (ma anche un romanzo) scaturisce anche solo da un nome buffo, da un pensiero improvviso, da una visione: è come se fosse il nocciolo intorno al quale poi arrivano a frotte tutte le altre parole. Faccio due esempi: un giorno camminavo a passo spedito come faccio sempre per tornare a casa dall’ufficio. A un certo punto ho proprio avuto la sensazione di essere raggiunta nella mente da omuncolo gommoso, che si chiamava gommo. Non so davvero da dove sia spuntato, però era con me. E così che racconto ai bambini il mio incontro con il protagonista di “Il sapore del Gommo”. La storia del romanzo per San Paolo che uscirà a ottobre è arrivata invece mentre guidavo: era sera, ed ero a una rotonda nella strada per Pavia. Una visione di una ragazza su una spiaggia che lancia una bottiglia di plastica in mare a cui consegna tutto il suo dolore e la sua solitudine di “sopravvissuta”.

Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B.
Cosa rispondere a chi la pensa così?

Che nella letteratura per ragazzi ci sono le stesse infinite gradazioni che si ritrovano in quella per adulti. Dalla serialità che è solo mestiere ai capolavori, che rendono l’umanità all’umanità stessa in una cornice immortale.  La riflessione che mi viene da fare sempre più spesso è; quanto c'è ancora di squisita letteratura in tutto quello che si pubblica e che si legge?
Che, non dimentichiamolo, sarebbe un’arte. Raccontare bene le storie è altro. Per questo preferisco definirmi un cantastorie.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Ripeto una frase che ho scritto sul mio blog, e che sento molto vera: “Le storie sono la vita stessa che si reinventa, le storie sono di tutti, e dentro a ogni cosa”. E aggiungo che come la vita se non c’è autenticità, se ciò che si racconta non è collegato con un’urgenza forte, un sentire profondo che magari può anche rivestirsi con i toni scanzonati di una fiaba, allora ciò che si scrive lascerà poche tracce in chi ci legge. Intrattenere il lettore piacevolmente è bello. Contagiarlo con la propria autentica emozione ha tutto un altro sapore e valore.



Il sito dell'autrice http://fulviadeglinnocenti.wordpress.com/

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.




Archivio blog