Lettori fissi

mercoledì 29 giugno 2011

Intervista ad Anselmo Roveda




Genova, 1972, giornalista e scrittore.

Per oltre dieci anni ha lavorato come educatore, coordinatore educativo
e amministratore nei servizi sociali di prevenzione del disagio minorile.

Oltre ad occuparsi di letteratura, giornalismo (è coordinatore redazionale del mensile Andersen e collabora con altri periodici) e comunicazione, si interessa di tradizioni popolari, immaginario, lingue minoritarie.
Ha scritto poesie e lavorato per la radio. Ha pubblicato numerosi libri per gli adulti e per i ragazzi.

Come mai ha deciso di scrivere anche per i ragazzi?

Ci sono storie che si ha voglia di raccontare, che arrivano, che emergono, che ti vengono suggerite da incontri e paesaggi. Ognuna di queste storie sceglie, quasi autonomamente, la forma e la misura narrativa. E quindi anche i destinatari privilegiati, pur restando disponibili a qualsiasi lettore. Certe storie decidono che la parola non basta e si intrecciano con i segni e così nasce un albo illustrato; altre prendono strade più lunghe e tutte di parola per diventare racconti e romanzi; altre ancora scelgono di essere lette ad alta voce così vengono fuori riscritture di fiabe o radioracconti. Non credo nel “ora scrivo per bambini”: il rischio è di bambineggiare presumendo un’idea d’infanzia edulcorata che per fortuna non esiste Credo però nell’intenzionalità; nel consapevole esercizio di misurare, di proporre storie che siano soddisfacenti per l’esperienza in età evolutiva, storie capaci di assumere i bambini non a pretesto ma a protagonisti, con tutta la loro specificità. Infine, attribuendo alle storie un potere di cambiamento, mi piace scrivere per i più giovani, ed avere modo di incontrarli, perché lo ritengo il mio miglior investimento sul futuro. Non soltanto il loro, ma anche complessivo e quindi pure mio. Spesso scherzo dicendo che vorrei vivere una vecchiaia serena, libera dal fare; mi piacerebbe giocare a bocce in una certa società di mutuo soccorso del mio quartiere, bevendo spuma e guardando il mare; beh, per farlo mi serve un mondo sereno, migliore di questo, e quindi confido, oltre che in un’assunzione di responsabilità di noi adulti, nei giovani. Soprattutto sui giovani. Ecco perché mi piace scriver per loro: per poter giocare a bocce tra trenta anni.

Cosa le piace e cosa non le piace della scrittura?

Amo la pressoché infinita possibilità combinatoria offerta da un elemento finito, ma in continua evoluzione, come la lingua. Dare voce, più che volto, ai personaggi è un divertimento. Nessuno di noi parla nello stesso modo, egualmente i personaggi esigono ciascuno una propria voce, voce che racchiude scelte e storie. E’ dalla lingua parlata da un personaggio che il lettore parte per scoprirne temperamento e inclinazioni. Mi piace sperimentare, sorprendermi, scoprire parole che non uso abitualmente, ma pertinenti per quella determinata narrazione, giuste per la voce non mia ma del personaggio che le adopera. Non amo quindi la sciatteria linguistica. La scrittura, certo, è anche faticosa e la cosa che amo meno dello scrivere è quando le idee sono ancora fresche - ed esigerebbero quindi mano e occhi freschi – e lo scrittore un po’ meno. I caffè servono a stare svegli, forse, ma certamente non a scrivere buone storie.

Ci racconta il luogo dove scrive? Ad esempio il suo tavolo di lavoro.

Nel tempo ho cambiato case, spazi, strumenti di scrittura e scrivanie, ma ho sempre avuto bisogno che il piano di lavoro fosse vicino a una finestra con orizzonte aperto, meglio se marino, o nella bella stagione direttamente all’aperto. Lo studio nel quale lavoro oggi ha una finestra che affaccia sul porto di Genova, una fila di gru metalliche – le mie ‘giraffe di mare’ – segna il confine con il blu. Sul tavolo del computer: un ordine senza rigore che gli altri, pure gi affetti più cari, sono soliti interpretare come un “casino indescrivibile”. Lì, sul piano di lavoro, e su tavoli e scaffali: appunti a mano, dizionari (di parole, simboli, santi, bestie…), cartine geografiche, vecchi giochi, libri curiosi antichi e nuovi, minuteria di ferramenta, scatole di sigari.

Ci sono delle consuetudini che aiutano il suo processo creativo?

Il processo creativo vero e proprio no. Nel senso che le idee di storie, e le loro svolte, nascono in momenti diversi e disparati e lì – in macchina, sull’ascensore, appisolandosi… - ci si può limitare, di solito, a prendere appunti. Per la scrittura, soprattutto in fase di ultime revisioni, ho bisogno di sgomberare il piano di lavoro e poi ririempirlo, affastellando materiali utili alla narrazione. Naturalmente nell’ordine senza rigore di cui dicevo.

Qual è il racconto che spera un giorno di riuscire a scrivere?

Forse quello che non riesco ancora a immaginare. Sicuramente quello che penso debba essere letteratura: una storia semplice, di fantasia eppure vera, che contenga un intreccio di destini minimi e particolari capaci però di parlare universalmente.

A cosa sta lavorando in questo periodo?

Tra le cose per ragazzi ho appunti, più o meno lavorati, e primissime stesure per un paio di albi illustrati (quello a cui tengo di più parla di mare) e diversi racconti e romanzi: una storia sull’arbitrarietà dei confini e relativa mutevolezza delle identità nella storia di un nonno e un nipote in val Roya di fronte ai Mondiali di calcio, un’amicizia tra un asino e un alpino durante la seconda guerra mondiale, un’avventura nella Roma antica. E poi una storia ambientata a Zacinto da scrivere con un’autrice greca e un progetto teatrale, ma mi piacerebbe anche scrivere un ‘avvenne dopo’ di Barbablu, per ora c’è solo l’incipit.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un consiglio da condividere, ci dica.

Consiglio, ad ogni età, di lasciarsi attraversare e cambiare dalle passioni e dalle storie: i libri sono ottimi compagni per le stagioni di quiete e per quelle di rivoluzione. E i ragazzi vivono una rivoluzione che è quella del crescere, avere storie con cui accompagnarsi non è male.


Il sito dell'autore http://www.anselmoroveda.com/
 
Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.




martedì 28 giugno 2011

Intervista ad Alberto Benevelli





Alberto Benevelli vive tra Albinea e Scandiano in provincia di Reggio Emilia.

Non ha mai seguito corsi, mai partecipato a concorsi e mai ricevuto premi.
Ha pubblicato più di 60 libri con le seguenti case editrici:
Forlaget Scandinavia, Sun Ya, Tha Chien, Bohem Press,
Edizioni Arka, Edizioni San Paolo, Edizioni Il punto d'incontro,
Esserci Edizioni, Bohem Press Italia, Edizioni Messaggero Padova,
Kite Edizioni, Il Gioco di Leggere.

Ha creato i personaggi delle serie di Topazio, Orsoleo,
Gira Giraffa e Papero Pa.


Come mai ha deciso di scrivere per bambini e ragazzi?

Io ho sempre amato i libri, sono stati il mio salvagente nel mare tempestoso della mia esistenza. Li amavo ancora prima di imparare a leggere. Guardavo le figure e ho continuato così fino ad oggi. Infatti io leggo raramente: continuo a guardare le figure. Di conseguenza per me scrivere è molto faticoso perchè io penso per immagini non con le parole.

Comunque non ho deciso di scrivere. E accaduto. Era inevitabile.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Io adoro il mio tavolo, si trova in cucina e l'ho costruito io.  E' di cristallo saldato, di forte spessore e piccole dimensioni. Sul piano ci sono alcune casette di cartone, finti abeti innevati e alcune fotografie. Rimane solo lo spazio per un foglio, una biro e le mie mani.
Nella mensola sottostante c'è il caos. Distinguo solo il dizionario perchè è grosso. Io scrivo su fogli bianchi A4 e post-it piccoli e gialli. Sul pc riporto solo l'ultima stesura corretta per le spedizioni e-mail.
Io e il pc litighiamo spesso. Non siamo mai d'accordo su niente.

Che genere di storie le piace inventare?
Quelle che mi vengono spontanee, che arrivano all'improvviso, quando meno me lo aspetto. Quelle sono le più sincere, le più sentite. Arrivano direttamente dall'anima.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ricreare perchè aiutano il suo processo creativo?
Il buio e il silenzio. E nel silenzio l'ascolto di me stesso, della mia parte più profonda e nascosta.

Quando nasce un nuovo racconto?

Quando decide di lasciarsi trovare. A volte ho tentato di aiutarlo a uscire, di forzargli la mano, è sempre

stata un'esperienza fallimentare (è ovvio però che devo cercare).

Le è mai capitato di sognare il personaggio di una sua storia?

Sì, a occhi aperti.

Sta lavorando a qualcosa in questo periodo?

A una biografia rivolta ai ragazzi ma anche agli adulti. E' la storia di un grande artista, un artista folle e geniale che ha avuto una vita tristissima, solitaria, disperata e disgraziata. Dubito che sarà mai pubblicata.
Contemporaneamente sto lavorando ad una serie di racconti per l'infanzia.

Alcuni ritengono che la letteratura per l'infanzia sia di serie b. Che dire a chi la pensa così?

Sì, è vero, ci sono tantissime persone che lo credono, ma è solo perchè non riescono a capirla, non riescono a decifrarla. E' troppo difficile per loro. Però è comprensibile, è umano. Non si può capire tutto e non è una colpa. Io non saprei cosa dire a queste persone. Se uno capisce: capisce. Se non capisce: non capisce.

C'è qualcosa che vorrebbe lasciare detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Sì, una cosa: "Ciao Cristina!".

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.








domenica 26 giugno 2011

Intervista a Davide Calì




Davide Calì è nato in Svizzera nel 1972. Fumettista, illustratore e autore per bambini.
I suoi fumetti sono usciti su Tank Girl, Linus, L’Echo de Savanes.
Ora escono regolarmente su Mes Premiers J’Aime Lire e presto anche su Moi, je lis. I suoi libri sono pubblicati da Zoolibri e Sarbacane e poi tradotti in più di 20 lingue, in altrettanti paesi, sparsi sui 5 continenti.

Ha pubblicato libri anche con Arka ed Emme (Italia), Michel Lagarde (Francia), Annette Betz (Austria), Pequeño Editor (Argentina), Planeta Tangerina (Portogallo). I suoi libri hanno ricevuto diversi premi in Francia, Belgio, Germania, Svizzera, Spagna.

Gli piace: il sushi, guardare gli insetti, i film di Woody Allen, le canzoni di Billy Corgan.
Non gli piace: la liquirizia, la tv, i musical, scrivere la sua biografia.
Colleziona: anelli d’argento e chitarre.



Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

In effetti non è che io abbia deciso di scrivere per bambini. E’ capitato.

Anzi, la prima volta che mi hanno cheisto di fare qualcosa per bambini ho detto di no. Non mi interessava. All’epoca conoscevo già un po’ la letteraura per l’infanzia: avevo fatto servizio civile in una biblioteca specializzata per ragazzi e passato alcuni mesi nella redazione di una rivista del settore (Andersen), subito dopo il servizio. Io però volevo fare il fumettista. E ci sono riuscito.

Dopo qualche anno però ho avuto voglia di fare anche dell’altro. Nella vita si cambia sempre idea.

Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia?

Chi? Ah, io? Mi stai dando del lei… l’ho capito solo ora. Possiamo darci del tu? Preferisco. Comunque no, non mi pare. Spesso sogno il lavoro, quando sono molto concentrato su qualcosa, ma i miei personaggi non mi appaiono mai in sogno. Solo una volta mi è capitato, alcuni mesi fa. Nel dormiveglia, intorno alle 6,30 del mattino, mi è venuto in mente un’illustrazione di Daniela Tieni.

Daniela è una giovane illustratrice che mi manda materiale da quasi due anni.
Le ho sempre detto che se avessi trovato una storia per lei gliel’avrei scritta.
Quel mattino mi sono alzato e le ho scritto una storia ispirata al personaggio della sua illustrazione e ora ci stiamo lavorando.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Al momento il mio tavolo è una vecchia scrivania di legno. Nell’altra casa avevo un enorme tavolo doppio ma ho capito che più ho spazio e più lo occupo tenendo tutto in disordine. Così qui ho ristretto lo spazio.

Scrivo su Mac. Per disegnare mi sposto in qualche stanza, in cucina o in sala.
Ma ormai disegno pochissimo, solo matite. Poi passo tutto allo scanner e torno quindi davanti al computer.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

No. Devo dire che anzi contraddico sempre il mito dell’autore che per creare deve avere un’atmosfera ovattata intorno, stare in campagna sotto l’albero o cose del genere. Però non so, forse qualcuno scrive anche così.

Io una volta coltivavo le storie, le andavo a cercare, mi sforzavo di scrivere anche se non ne avevo voglia o se non avevo niente in mente. Ora in genere sono le storie che mi cercano.

Alle volte sono solo idee molto vaghe, così le appunto e le lascio lì, anche per anni. Quando è il momento vengono fuori.

Spesso mi capita di avere idee nuove quando viaggio, perché non ho il pensiero del lavoro da sbrigare durante la giornata o troppa gente che mi cerca.

Quando nasce un nuovo racconto?

Nei momenti più diversi. Mentre sto per adormentarmi o in coda al supermercato. Moi, j’attends, che è stato uno dei miei libri di maggior successo, mi venuto in mente mentre aspettavo il mio turno alla posta.

Marlène Baleine, uno dei libri più recenti, mi è venuto in mente semplicemente guardando le illustrazioni di Sonja Bougaeva con cui Sarbacane voleva facessi un libro per loro. Quando ero solo una scimmia, sul quale sta lavorando ora Gianluca Folì – per Zoolibri - invece lo avevo in testa da un po’, ma avevo scritto poco, solo una specie di riassunto. Ancora non avevo bene chiaro in mente se il protagonistae doveva essere un adulto, un bambino o un animale.

Con Gianluca avevamo già fatto L’orso con la spada, senza conoscerci però.

Poi l’ho incontrato, mi è piaciuto subito e siamo rimasti d’accordo di fare qualco’altro insieme. Dopo qualche mese lui ha disegnato una copertina per Il Pepeverde, con delle scimmie. Quando l’ho vista ho capito che il protagonista della mia storia era una scimmia e che doveva disegnarla lui.

Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B.
Cosa rispondere a chi la pensa così?

Non ho mai sentito nessuno dirlo e non saprei cosa dire. Sai, da fumettista ho sentito decine di volte lo stesso dibattito sulla questione che anche il fumetto sia arte e letteratura. Da lettore e poi da autore – prima di fumetto e poi di libri per bambini - la questione non mi ha mai suscitato nessun interesse.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Sì, ti prego: dammi del tu! A parte questo, non saprei… come avrai capito non sono molto bravo a parlare di scrittura. Io scrivo e basta. Spesso i bambini mi chiedono perché lo faccio e non ho mai una risposta. Io non me lo chiedo mai. Credo di aver bisogno di raccontare delle storie. Ho cominciato a farlo con i fumetti, poi con le storie per bambini. Di recente ho cominciato a scrivere anche canzoni. Non so, mi viene in mente di farlo e lo faccio. E visto che non so fare altro è diventato anche il mio lavoro.



Il sito dell'autore www.davidecali.com

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.






sabato 25 giugno 2011

Parco di Villa Revoltella

Non so come mai, ma mi ritrovo a girar per parchi. Ieri c'era un po' di borino, estivo oserei direi, anche se in realtà soffiava aria fresca. Stavo facendo un giro di commissioni in macchina e ho deciso di fare una pausa al Parco di Villa Revoltella. Su questo luogo ci sarebbero delle cosette simpatiche da raccontare, ma prima aspetto di vedere se trovo un certo libro sul Parco in questione. Intanto ecco un mini video col borino, girato ieri, proprio lì.


video

Due notizie, si estende per più di 50.000 mq, quasi totalmente in pendenza. Metto qualche foto della residenza chalet costruita dopo il 1860 su progetto dell'architetto berlinese Hitzing. Mi piace tanto! C'è anche una bella serra in ghisa, insomma tanti angoli suggestivi.






A presto con un'altra intervista!

giovedì 23 giugno 2011

Intervista a Miki Monticelli

Piccola comunicazione di servizio: sono riuscita a caricare le foto
e il mini filmato delle letture allo "spazio rosa".




Ha 36 anni e vive a Prato.
Laureata in Ingegneria, coltiva da sempre la passione per la scrittura.
In particolare, è appassionata del genere fantasy.

Per Piemme editore ha scritto "Il libro prigioniero", "La pietra nera",
 'I sette cardini", 'Lo Stregone dei Venti', 'La scacchiera nera' e 'L'ombra del Guerriero'.



Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Prima di tutto perché, anche se è sicuramente una cosa molto impegnativa, è divertente. Ma soprattutto perché, come a volte dico, in fondo non sono stata io a decidere di scrivere per ragazzi... sono le storie per ragazzi che hanno scelto me per essere raccontate; almeno, ‘alcune’ storie per ragazzi! E almeno per ora...

Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia?

In realtà no, ma tutti loro mi fanno talmente tanta compagnia durante il giorno che durante la notte immagino preferiscano lasciarmi riposare!

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Non ho momenti favoriti della giornata e scrivo al pc; nel tempo, iniziando a passare davvero tante ore in questo modo, mi sono attrezzata un po’ meglio rispetto all’inizio. Forse dipende anche dalla tecnologia, che ha rimpicciolito molti dei miei strumenti da lavoro lasciandomi più spazio sul tavolo, ma in ogni caso ho una scrivania invasa di fogli di carta dove mi appunto le cose, di penne e lapis, cd di colonne sonore e una bella pianta che mi tiene compagnia.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

In realtà ogni libro ha la sua atmosfera e l’unica cosa che mi ritrovo a fare quasi sempre è, appunto, cercare di seguirla, magari ascoltando musica. Colonne sonore per lo più. Ma anche del buon vecchio rock se il libro e il passaggio lo consentono. Molto spesso disegno schizzi dei paesaggi e dei personaggi, il che mi aiuta a fissare nella mente i luoghi e i protagonisti e a farmi molte domande sui come, sui perché, sulle cose che ci sono, che mancano e che dovrebbero esserci...

Quando nasce un nuovo racconto?

In realtà non so dare questa risposta. Nasce in genere da un piccolo seme che germoglia quando è il momento in cui vuole essere raccontato. Alcuni semi furono piantati anni fa, altri li pianto adesso e magari il libro germoglierà tra molto tempo.

Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B.
Cosa rispondere a chi la pensa così?

A costo di sembrare un po’ antipatica, rispondo che è un modo un po’ snob di considerarsi ‘grandi’. E, temo, senza esserlo troppo per davvero. Perché una buona storia per ragazzi, anche senza pretese, è una bella storia anche per gli adulti. Molti dei libri che ho letto quando ero ragazzina se li rileggo adesso li vedo in un’altra luce, sicuramente, ma li trovo tuttora splendidi... come il Giardino Segreto, ad esempio. Anche se, come si può facilmente immaginare, per ragioni del tutto diverse da quelle che me li avevano fatti apprezzare allora. Questo fanno i buoni libri per ragazzi. E, forse per questo, non mi piace pensare di scrivere solo per ragazzi ma per chiunque abbia voglia di leggere un certo tipo di storie e di avventure.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

A tutti vorrei dire: esercitate la fantasia! Non lasciatela seduta in sala d’attesa, ad arrugginire aspettando che qualcuno la chiami in causa o che altri vi suggeriscano cosa farne. Fatevi tante domande e cercate risposte... serie o ‘immaginose’! Non solo è divertentissimo ma si rivela molto utile anche per lo studio e il lavoro, perché insegna a guardare le cose e le persone da altri punti di vista. Il che può aiutare a trovare soluzioni inaspettate ai problemi che ogni giorno ci troviamo davanti! Provare per credere!


Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.






mercoledì 22 giugno 2011

Letture al Festival delle diversità

Il Parco di San Giovanni è l’ex sede dell’ospedale psichiatrico dove Basaglia ideò la legge che decretò la chiusura di tali strutture e qui non mi dilungo sull’argomento, non è di mia competenza. Ma il posto, alla faccia di quanto si possa immaginare, e di ciò che si è sedimentato nella mia memoria, ora il posto dicevo, è splendido, 22 ettari di verde e alberi centenari. Architetture rimesse a nuovo, casette gialle, travature, colonnati, portici e porticati, e piazzette, sentieri, viuzze, camminamenti tra i roseti, musei, mostre, sedi universitarie.

Da bambina, quando di sera mio papà imboccava con l’auto la sequenza di tornanti che si inoltrano nel parco, per andare a prendere mia mamma che finiva il turno, mi accucciavo nel sedile e mettevo le chiusure alle portiere, scrutando il buio intorno a noi molto inquieta.
Perché mia mamma che lavorava nel reparto lungodegenti come infermiera, raccontava sempre storie paurose di colleghe che erano state picchiate (e non solo) e di notti in cui certi reparti erano stati praticamente presi in ostaggio da squilibrati col coltellaccio in mano, sì proprio in stile film dell’orrore. La mia mamma è molto brava a raccontare.

Poi molti anni dopo, durante gli anni di università alla facoltà di psicologia, ne avevo sentite di tutti i colori dalle persone che avevano lavorato con diverse mansioni in questo luogo. Tutte storie paurose insomma.

Mi sono riappacificata col parco qualche anno fa, visto che mio cugino ha discusso la sua tesi di laurea in uno di questi edifici, e vi hanno organizzato vari eventi interessanti. Ricordi brutti e ricordi belli, diciamo 10 a 3.

Però devo assolutamente ricredermi e dire che adesso qui è un piacere passeggiare e guardarsi intorno ammirati.

Chi è di Trieste troverà interessanti i seguenti video:
Quest’anno durante il festival delle diversità, (vi rimando a un paio di post più sotto) Bianca e Volta editore, ci ha organizzato tre giornate di lettura allo “spazio rosa”, che sarebbe l’ex garage delle ambulanze. Il giorno prima ho fatto un sopralluogo per capire dove sarei dovuta andare. Be’ si tratta di uno degli angoli più suggestivi, tra il roseto, la chiesetta e “il posto delle fragole”, che è un locale.

Ingrid ed io abbiamo avuto modo di leggere ad altri bambini (e molti adulti) sia “Capuceto Rosso” che il nuovo “Gato coi stivai” in triestino.

Dopo un venerdì poco convinto, il sabato e la domenica; nonostante un ritorno d’autunno con pioggia scrosciante, vento e freddo; ci ha raggiunte un folto pubblico. Ripeto sempre che non siamo lettrici professioniste ma ci mettiamo buona volontà e tanto coraggio. Io sono completamente estranea alle esibizioni in pubblico però mi butto, per il bene dei libri. Ingrid lavora nel coro del teatro e ha più dimestichezza, ma purtroppo non parla in dialetto e si sente, eppure anche lei si butta, poiché abbiamo constatato che la lettura a due voci risulta più vivace.



Un paio di foto e un mini video, per chi non è potuto venire.
Per vedere il parco, che merita, cliccate sui link presi da you tube.

video








domenica 19 giugno 2011

Intervista ad Angelo Petrosino


Nasce il 3 febbraio 1949 a Castellaneta (TA) e quando ha dieci anni la sua famiglia si trasferisce in Francia. Dapprima ha vissuto nell'Auvergne e poi a Parigi, che considera la sua città di adozione. Oggi vive a Chivasso. Ha insegnato per quasi 40 anni in una scuola elementare di Torino. Dai primi anni '80 ha cominciato a collaborare con riviste di pedagogia e di letteratura per ragazzi. E’ stato direttore delle riviste per ragazzi IL GIORNALE DEI BAMBINI e PETER PAN. Si dedica anche alla traduzione dall'inglese.

Ha riscosso un enorme successo con le serie "I diari di Jessica" e soprattutto con  i libri di "Valentina" editi da Il Battello a Vapore –Piemme e che sono tra i libri per l’infanzia più conosciuti in Italia.

Ha scritto più di un centinaio di libri.



Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Ho cominciato con lo scrivere dei racconti umoristici che avevano a protagonisti i miei alunni.
Mi sono allora reso conto che riuscivo, con le mie storie, a dar voce in modo puntuale alla sensibilità infantile, in tutte le sue sfaccettature. Il tema della crescita è diventato così, a mano a mano, quello fondamentale nei miei racconti. Insieme a quello del viaggio e degli incontri con gli altri. Ho cominciato a viaggiare sin da piccolo, conosco a fondo l’Italia e l’Europa e molte delle mie storie sono perciò ambientate in contesti che mi sono cari: a partire dalla Cornovaglia, luogo di elezione dei viaggi d Valentina.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo di lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Per molti anni ho scritto a mano, con una penna stilografica che non ho mai perso e di cui non mi sono mai disfatto. Oggi gli editori, per velocizzare il lavoro di composizione del libro, chiedono solo documenti elettronici. Perciò da circa dieci anni scrivo con un computer portatile. Ma anche adesso, prima di cominciare a scrivere, adopero sempre la penna stilografica(anzi, più di una e con inchiostri di diversi colori) per stendere le mie scalette e i miei appunti preparatori.
   
Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che lei cerca di ritrovare o  ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

In realtà non seguo riti particolari prima di cominciare a scrivere. Mi siedo davanti al computer quando ho chiaro nella testa il libro che voglio realizzare. Perciò posso scrivere dappertutto e non in un luogo specifico consacrato a questo scopo. A volte mi è capitato di scrivere dei capitoli persino in treno. Manualmente, però. Non potrei mai scrivere al computer in treno. Sarebbe come farlo sotto gli occhi del pubblico, in atteggiamento da narciso. La penna che scorre sulle pagine mi sembra più intima e riservata. Ma questo accade solo in casi eccezionali. In linea di massima preferisco un  luogo raccolto dove concentrarmi senza distrazioni.

Qual è il racconto che spera un giorno di riuscire a scrivere? Quello che sente vorrebbe raccontare e spera di essere in grado di tirar fuori.

Confesso che non ne ho proprio idea. Scrivo libri da più di vent’anni e nelle mie storie ho toccato e trattato situazioni  e temi diversissimi.
Sono molto legato alla realtà, mi guardo intorno, vedo come cambia il mondo, la psicologia dei ragazzi e degli adulti, le relazioni che le persone intrattengono modificandole in continuazione  e modificandosi. Perciò finora ho potuto dire tutto quello che sentivo di volere e poter dire. Dunque non c’è qualcosa di particolare che abbia rimandato o mi riservi di affrontare in futuro con mezzi diversi da quelli che posseggo.
Continuerò a indagare il mondo nel quale vivo con la curiosità e l’interesse di sempre.

A cosa sta lavorando in questo periodo?

Ho dato l’avvio a una nuova collana con il personaggio di Valentina, in cui la protagonista affronta l’avventura del liceo. Ho fatto cioè un passo avanti nel raccontare l’adolescenza. Sono usciti i primi due volumi, ne sto scrivendo altri due.

Solitamente in quanto tempo è pronto un suo libro?

Dipende dalla natura del libro. Un romanzo di medie dimensioni mi prende complessivamente un mese.
Ma ho scritto anche libri più complessi con intenti divulgativi di carattere storico e  geografico: come il Viaggio in Italia di Valentina, Il Viaggio in Europa, e il Viaggio nella Storia d’Italia. In questi casi, tenendo conto delle ricerche e dei viaggi veri effettuati, il tempo di composizione è stato notevolmente più lungo.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Il mio primo libro è uscito dopo quasi 25 anni di tirocinio e di apprendistato, per così dire. E’ stato un lungo periodo in cui ho scritto solo per me, tentando ogni genere e ogni argomento, senza mai cedere alla tentazione di rinunciare. Alle tante ragazze che mi scrivono e che hanno fretta di pubblicare, dico sempre di avere pazienza. Di coltivare la scrittura con amore e tenacia. Ne ricaveranno innanzitutto dei grandi benefici interiori  e una conoscenza più profonda di se stesse.  I libri scaturiranno quando avranno la padronanza dei loro sentimenti e delle loro emozioni, quando avranno esplorato il cuore umano senza remore, e quando avranno imparato a rispettare le parole.





Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.

venerdì 17 giugno 2011

Intervista a Guido Sgardoli


Sono nato nel 1965 a San Donà di Piave, in provincia di Venezia, e vivo a Treviso. Le storie che scrivo sono per bambini piccoli, per bambini grandi e anche per adulti. Per chi come me ama le storie, insomma, senza distinzioni anagrafiche.

Credo che le storie, come i viaggi, abbiano il potere di condurre in luoghi lontani e affascinanti, di esplorare e di esplorarsi, di porre delle domande pur non sapendo a volte dare risposte, di far crescere, di confrontarsi e infine di condividere.

Associo alla scrittura l’altra mia grande passione: gli animali. Divido a metà il mio tempo, tra le pagine dei libri e lo studio nel quale lavoro come medico veterinario, e ancora non so dire se sono un veterinario che ama scrivere o uno scrittore che aiuta gli animali. Probabilmente entrambe le cose e mi ritengo fortunato per questo.

Alcuni dei miei libri sono stati tradotti all’estero, alcuni hanno ricevuto riconoscimenti importanti quali il Premio Bancarellino e il Premio Andersen.
Ho scritto anche qualcosa per il cinema e tenuto rubriche su giornali.


Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Credo che sia cambiato qualcosa con la nascita di mio figlio, nel ’96. Fino ad allora avevo scritto racconti, reportage di viaggio ed altro, ma sempre pensando che sarebbe stato un pubblico adulto a leggere le mie cose. Poi, nato Filippo, ho pensato che attraverso le storie avrei potuto parlargli, avrei potuto spiegare a quel bambino i pensieri di suo padre, le idee nelle quali crede. Così ho preso quelle idee e le ho rivestite di storie che fossero comprensibili ai suoi occhi di bambino. Poi mio figlio è cresciuto e le mie storie con lui.

Ha mai sognato un personaggio che aveva inventato per una sua storia?

E’ una strana domanda, ma no, non ho mai sognato alcuno dei miei personaggi. Però molte notti mi sono addormentato con qualcuno di loro in testa, perché magari la storia era ad un punto morto oppure perché ero talmente preso da quel carattere che non riuscivo più a staccarmene.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo rigorosamente al computer, sebbene, avendo cominciato a scrivere da ragazzino, abbia compiuto tutti i passi necessari: carta e penna, macchina da scrivere e pc. La macchina da scrivere l’avevo comprata usata con i soldi guadagnati vendendo la carta raccolta porta a porta.

L'importante per scrivere è che l’ambiente nel quale mi trovo sia tranquillo; meglio se a casa, meglio ancora in giardino, sotto il portico o i rami di un albero, meglio ancora se c’è vento e se il vento fa frusciare le foglie degli alberi. Non ho un tavolo preferito, poiché, usando il portatile, non fa differenza.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

No. Per scrivere, come detto, ho bisogno di almeno un paio d’ore di tranquillità. Per pensare alla storia, ai meccanismi, allo sviluppo dei personaggi, all’intreccio, invece, non ho particolari esigenze: per necessità mi sono abituato a farlo in qualsiasi momento della giornata. Direi che vivo con le idee delle mie storie 24 ore al giorno.

Quando nasce un nuovo racconto?

Me lo sono chiesto spesso. Quando un’idea, un articolo di giornale, una frase colta al volo, un’esperienza, un ricordo, quando una qualsiasi di queste e di altre cose è una buona idea per un libro? Non credo di saperlo. Per quanto mi riguarda è una specie di istinto a guidarmi, qualcosa che mi suggerisce cosa ha davvero un potenziale e cosa no. Altrimenti ogni input, interno od esterno, potrebbe diventare materiale per una storia e saremmo costretti a scrivere cento storie l’anno. Invece solo alcuni di questi spunti si trasformano in una buona storia, una storia che valga la pena di essere scritta e dunque letta.

Alcuni affermano che la letteratura per i ragazzi è di serie B.
Cosa rispondere a chi la pensa così?

Non è la letteratura o gli scrittori ad essere di serie B, ma una certa pseudocultura che si ostina a credere che gli adulti, e quindi il mondo degli adulti, sia più importante e meriti più attenzione di quello dei ragazzi, che essere piccoli significhi avere piccoli pensieri e piccole emozioni. E poi basterebbe conoscere le opere di Roald Dahl, di David Grossman, di David Almond, di Neil Gaiman, di Astrid Lindgren, di Daniel Pennac, di Henning Mankel, di Amos Oz, di Philip Pullman (bastano?) per convincersi del contrario.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista? Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Dal momento che gli adulti sono ormai andati, nel senso che sono irrecuperabili, vale la pena di investire sui bambini e sui ragazzi. E questo investimento lo si deve fare con le idee e con gli esempi, con i libri e con tutta la cultura che possiamo. Più ricco sarà lo zaino che si porteranno dietro, più strumenti avranno per affrontare e per risolvere le sfide che si presenteranno loro, e per rimediare ai danni, tanti, che noi abbiamo combinato.
Altro che serie B!


Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.





mercoledì 15 giugno 2011

Per chi vive a Trieste e zone limitrofe...

Vi riporto qui di seguito le informazioni che trovate in giro per la città
sui volantini distribuiti in occasione del festival delle diversità...


Per il primo anno, Bianca e Volta Edizioni aderisce e partecipa al Festival delle Diversità con laboratori e animazioni per bambini e la lettura di due classiche fiabe tradotte in triestino che pubblica nella collana Triestinità.

Diego Manna, socio SPIZ n°7, è anche l'autore dei best sellers regionali Monon Behavior che Bianca e Volta Edizioni pubblica, così in una sorta di conflitto di interessi positivo SPIZ aiuta Bianca e Volta Edizioni in questa sua nuova avventura al Festival delle Diversità.

Le due fiabe presentate saranno CAPUCETO ROSSO che ha fatto il giro delle scuole triestine incuriosendo e divertendo tutti i bambini e, in super anteprima assoluta, EL GATO COI STIVAI che viene presentato al pubblico per la prima volta, e per chi ha conosciuto la bellezza di CAPUCETO ROSSO questa nuova pubblicazione è un appuntamento da non perdere!


venerdì 17 giugno 2011 ore 15:00 - EL GATO COI STIVAI [PRIMA ASSOLUTA!!!]

venerdì 17 giugno 2011 ore 16:00 - CAPUCETO ROSSO

sabato 18 giugno 2011 ore 15:00 - CAPUCETO ROSSO

domenica 19 giugno 2011 ore 15:00 - EL GATO COI STIVAI

spazio Rosa - via bottacin 4 - parco san giovanni - trieste

lunedì 13 giugno 2011

Intervista a Ivo Rosati



Ivo Rosati. È nato nel 1971. Ha fatto il copywriter in un’agenzia di pubblicità scoprendo che non era il caso. Ha fatto il cameriere in una trattoria per tornare alle origini. E poi ha fatto il portiere notturno in un hotel per stare un pò da solo.
Attualmente lavora in una libreria e compra più libri di quanti potrà mai leggere. La storia L’uomo d’acqua e la sua fontana è stata pubblicata da Zoolibri nel 2008, segnalata al Premio Andersen, è stata poi tradotta in Spagna, Portogallo, Croazia e Giappone.

Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

La prima occasione è stata un concorso. C’era questo bando in cui si parlava di una fiaba per bambini con tema “l’acqua”, e così decisi di partecipare perché mi piaceva la sfida di scrivere qualcosa di fantastico. A piacermi era la possibilità di non avere virtualmente limiti, di poter inventare un mondo al di fuori delle regole, perché sapevo che i bambini si annoiano e non si divertono con le cose normali, e vogliono sempre vivere avventure aldilà dei confini dell’immaginazione.
I bambini, come gli adulti, vogliono sognare e sentirsi raccontare storie stupefacenti che li lasci a bocca aperta.

Che genere di storie le piace inventare?

Mi piace pensare a personaggi un po’ fuori dalle righe, per certi versi un po’ strampalati, dei sognatori incorreggibili che si cacciano nei guai perché non si comportano in modo normale. Parto sempre da un’idea che mi sembra forte, che possa portare con sé degli sviluppi originali, qualcosa che non si sia già visto o già sentito, anche se è molto difficile scovare un’idea o una struttura narrativa particolare.
Alcune volte mi piace immaginare un protagonista e una bizzarria, quasi una “fissazione”, un modo d’essere che lo caratterizzi profondamente. Insomma, cerchi di scovare un’idea e poi la giri e la rigiri per capire se sei capace di tessere quella tela. Può riuscirti bene o può uscirne nel peggiore dei modi.
Può anche non uscirne affatto. Per tornare alla tua domanda: mi piace creare piccoli mondi fantasiosi, ricchi di dettagli, in cui i personaggi si muovono trascinati e spesso affascinati dalle loro stesse emozioni, aldilà del grigiore della normalità, mentre inseguono sogni bizzarri per sentirsi liberi ed essere felici.

Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo con il computer, naturalmente. La tastiera ha un grosso vantaggio: regge la velocità dei pensieri che si accumulano uno dietro l’altro. Se infili la situazione e l’immaginazione giusta, le frasi vengono fuori a ritmo serrato. Serve una tastiera. Anche se (e ne sono sicuro) una certa lentezza di scrittura favorisce lo stile e la precisione delle frasi. A questo pongo rimedio rileggendo e riscrivendo molto. Ma la bozza deve essere buttata giù in fretta. Non credo che ci sia alternativa. E poi diciamo la verità: ormai la tastiera ha una sua intrinseca poesia. E’ quasi come un pianoforte per le parole.

La mia scrivania è normale. Ci sono diversi biglietti, note e appunti sparsi qua e là, c’è un disordine geometrico e una specie di caos controllato, fatto di tutta una serie di piccoli oggetti che si accumulano giorno dopo giorno. Ho molti libri intorno, impilati e accatastati un po’ a caso, che disegnano delle belle macchie di colore. Sono anche delle coordinate o dei “richiami” di stile. Se vedo la costa del libro “Notturno” di D’Annunzio mi viene in mente la musicalità della poesia; se vedo i racconti di Piero Chiara ritorno subito alla precisione delle parole, alla perfezione organica e avvolgente dei periodi, al bellissimo respiro della scrittura lenta e meditata. Poi ci sono appese delle fotografie, ho una carta del mondo, per fare qualche salto qua e là per i continenti, una lavagna magnetica e, soprattutto, un dizionario. Anzi, diversi dizionari. Dimenticavo: il buio intorno e una bella luce circolare sul tavolo o sulla tastiera.

Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Non parlerei di processo creativo. Secondo me questa espressione è stata un po’ abusata. Io penso che scrivere sia soprattutto la fatica di riuscire a realizzare qualcosa di buono, così come si fabbrica con le mani, concentrandosi con efficacia sui diversi aspetti del lavoro. Ci vogliono entusiasmo e costanza, lavoro e lavorio di rifinitura, non s’improvvisa quasi nulla, perché poi le improvvisazioni precipitano nel vuoto e l’inconsistenza viene a galla. E poi non tutti gli stati d’animo sono d’aiuto. Per esempio: non scrivo nulla se ho bevuto qualche bicchiere di vino, non scrivo nulla se trascinato da un eccesso di “fervore creativo”.
Se sono irrequieto, frenetico, agitato, non faccio niente di buono. Al contrario, però, mentre scrivo, quando imbocco la strada giusta, posso venir trascinato dalla storia e allora crescono sia il mio entusiasmo che il mio fervore. Cresce la passione. Detto questo, secondo me, le cose più importanti sono la tranquillità e il silenzio, che favoriscono la concentrazione e l’immaginazione, e aiutano a trovare le parole giuste.

Quando nasce un nuovo racconto?

In qualsiasi momento, quando l’idea mi sembra particolarmente buona, quando hai la sensazione che una “certa” storia debba essere scritta, subito, e lo si capisce perché si va a fondo senza interruzioni.
Purtroppo capita di rado, almeno a me, perché la vita ci mette lo zampino e sono troppe le distrazioni, gli impegni e gli obblighi di un comportamento normale. Per essere bravi scrittori credo sia necessario avere o costruirsi una propria libertà. Anche la libertà di stare bene in solitudine (una traversata in solitaria).
Staccare internet, spegnere il telefonino, non frequentare le “distrazioni”.

Sta lavorando a qualcosa di particolare in questo periodo?
Mi piacerebbe scrivere una storia lunga per bambini o un lavoro di narrativa per ragazzi. Ho parecchi racconti, ancora non pubblicati, ma non mi sono ancora confrontato con lunghezze maggiori. E’ una cosa che non prendo alla leggera, perché rappresenta la sfida più bella, e comunque credo di dover aspettare il momento giusto. Scrivere per scrivere è molto facile, in una notte si possono buttare giù anche venti pagine. Ma come sono, quelle venti pagine?

Come definirebbe il suo stile?

Il mio stile è un po’ da sognatore, a tratti lievemente poetico, mi piacciono gli aggettivi e le costruzioni articolate. Uso anche frasi corte ma cerco di alternarle a periodi più complessi. Le sfumature emergono quando si definiscono i particolari e i particolari sono dentro le frasi subordinate. Per questo lo stile, secondo me, è frutto di una ricerca continua sul proprio modo di scrivere.

Una bella frase dà un certo taglio al racconto, imprime nel lettore, piccolo o grande che sia, un’idea chiara e dà modo d’immaginare la scena. Mi piace alimentare questo senso dinamico dello svolgersi, favorire la sovrapposizione di tessere che vadano a comporre il mosaico della storia e soprattutto la sua atmosfera.
Lo stile rappresenta l’atmosfera, il puro piacere di leggere un racconto.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista? Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Vorrei dire che scrivendo, soprattutto quando si scrive per bambini o ragazzi, si ha una grande responsabilità, perché stiamo parlando a persone che presto saranno adulte. Mi stupisce parecchio quando leggo certe storie in cui avverto leggerezza e superficialità, monotonia e ripetizione, poche parole e brutte frasi.
Molti libri per bambini sono scritti con linguaggio semplice perché i più pensano che i bambini capiscano solo in questo modo. Io credo invece che i bambini vadano trattati come “piccoli adulti”. In realtà sono molto più intelligenti di come certi adulti tendono a considerarli (un po’ per abitudine, un po’ per inerzia, un po’ per paternalismo pedagogico). Se parliamo loro con superficialità e linguaggio semplicistico avremo da loro una risposta superficiale e semplicistica. Dite ad un bambino una parola che non conosce: incuriosito, vi chiederà che cosa significa. Ecco fatto, ha già imparato. Gli avete già raccontato una piccola storia.


Il blog dell'autore http://ivorosati.blogspot.com/

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.



Regalo, appunti e scorci

Alessandro Marcigliano mi ha inviato dal Belgio un suo libro che sta cercando editore. Il progetto è stato stampato come un vero e proprio albo di qualità curato nei dettagli, copertina rigida cartonata e splendidi risguardi. La storia è molto tenera, le illustrazioni delicate. Gli auguro un grosso in bocca al lupo! E grazie Alessandro. Intanto però, ecco qualche immagine da "La Talpa Lena".






Per quanto riguarda me, nelle scorse settimane sono proseguite le visite-presentazioni di "Capuceto Rosso" nelle scuole di Trieste. Siamo state alla Scuola Montessori di Via Monte San Gabriele, una viuzza nascosta che mi è piaciuto moltissimo percorrere tra le edere dondolanti sui fianchi dei muri, le ombre dei grandi alberi cresciuti in piccoli giardini stretti tra le vecchie case, i portoncini e le scalinate inframmezzate dall'acciottolato.
E siamo state anche alla scuola di Opicina che si affaccia su Piazzale Monte Re. 
In un'atmosfera luminosa e ariosa che si apre verso le strade per il Carso.



Scorci della Via Monte San Gabriele




Magari prossimamente vedo di postare altre foto della mia cara e bella Trieste.




Archivio blog