Lettori fissi

lunedì 30 maggio 2011

Intervista ad Annamaria Gozzi



È nata e vive a Reggio Emilia. Autrice di libri per l’infanzia ha pubblicato tra gli altri per Giunti e Anicia Ragazzi. Appassionata di testimonianze e tradizioni popolari collabora a progetti didattici e iniziative culturali che riallacciano la comunicazione tra vecchi e bambini. Spesso infatti nei suoi racconti i nonni sono portatori di illuminata saggezza.
Si occupa di promozione alla lettura e percorsi di memoria con gli anziani.


1 Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Forse perché sono una lettrice appassionata di narrativa, per ragazzi e non. Mi sembra che nel settore ragazzi ci sia più libertà per la narrazione fantastica. O forse come scrive Dino Buzzati, Scrivere per ragazzi è come scrivere per gli altri, solo un po’ più difficile.

Trovo sempre limitante parlare di generi o di età, credo esistano i libri e quando sono belli, sono per tutti.

2 Che genere di storie le piace inventare?

Amo particolarmente le narrazioni che esplorano i territori delle emozioni e del vissuto, mi piace l’elemento magico quello per intenderci della fiaba popolare, mi piacciono le ricerche dei destini o i desideri che si avverano. E poi mi piace esplorare i temi del sociale, il mio ultimo libro “Bambini con le ruote” tratta il tema della separazione dei genitori.

3 Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

È molto difficile per me rispondere perché sono molto disordinata e non conosco la parola “metodo”. Perciò non ho regole. Poche storie sono nate direttamente sul pc, altre sono state scritte a pezzi su fogli o quaderni e poi trascritte. Il luogo non ha importanza scrivo a letto, in automobile, in spiaggia, sui gradini di una chiesa, le panchine di un centro commerciale. Ho una ventina di quaderni iniziati e centinaia di fogli sparsi sui quali stanno scritte citazioni di libri che ho letto o pezzi miei di storie. Ogni tanto li ricopio.

4 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

No. Nessuna. Le storie nascono solo in testa, non importa dove sei o cosa fai.

5 Quando nasce un nuovo racconto?

Quando ascolto una frase o vedo un’immagine che mi suggerisce un inizio. Il resto, almeno per me, viene da solo. Per esempio Coniglio Nero è nato da una macchia di colore nero su un foglio. Il nuovo libro che sta per uscire è nato dalla foglia di albero di noce. Butto giù l‘inizio e poi lascio che la storia continui e non so mai come potrebbe finire. Lo scopro scrivendo ed è la cosa che mi diverte maggiormente.

6 Sta lavorando a qualcosa di particolare in questo periodo?

È di imminente uscita un albo illustrato per la collana I Gradini di Anicia Ragazzi. Racconta la storia di un’amicizia tra un albero di noce e una bambina e naturalmente di mezzo c’è un nonno.

E poi è in cantiere una storia sul Natale per la casa editrice Topipittori e, guarda caso, dentro c’è una vecchina.

Oltra a queste due storie, che hanno trovato casa editrice, ci sono tutti gli altri progetti più o meno terminati che ancora cercano una strada.

7 Come definirebbe il suo stile?

Non saprei definirmi, lascio che lo facciano i lettori, se vogliono.

8 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
   Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Sarebbero molte le cose ancora da dire ma faccio una sintesi trascrivendo da uno dei mie tanti fogliettini una citazione tratta da fahrenheit 451 di Bradbury. “… ci dev’essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia. È evidente!”


Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.


























venerdì 27 maggio 2011

Intervista ad Anna Genni Miliotti



Scrivo da sempre, ma libri veri e propri, che non siano saggistica di tipo storico o sociologico, solo da quando sono diventata mamma. Ho lasciato un comodo impiego nella pubblica amministrazione, pronta ad esplorare il mondo della scrittura, e non solo. Faccio, come molti sanno, due "mestieri": la scrittura ed il lavoro nel campo dell'adozione.

Ho vinto molti premi, tra cui:
Premio Fondazione Marazzo Borgomanero e Interlinea "Storia di Natale" 2009 per "Le scarpe della Befana". Menzione speciale Premio "Pippi" 2006 per "Mamma di pancia, mamma di cuore" Editoriale Scienza. Premio "Gigante delle Langhe" 2006, per "Mamma di pancia, mamma di cuore".
Premio Castello di Sanguinetto 2007 per "Quello che non so di me", Fabbri Editore.
Premio Giovanni Arpino, città di per "Quello che non so di me" Fabbri Editore, secondo classificato, anno 2007. Premio Nazionale di letteratura per l'infanzia Alpi Apuane, sezione inediti, "E' successo anche a me", 2008. La novella è stata poi pubblicata nel libro "Le fiabe per... parlare di separazione."

Accanto alla attività di scrittura c'è quella dei laboratori, all'interno della scuola primaria. Tra i progetti di scrittura "terapeutica" più importanti, "Chi ha visto Pasqualina?" e "Una bacchetta magica per" realizzati entrambi con i bambini dell' area del terremoto dell'Aquila, e "E' successo anche a..." sul tema della separazione dei genitori, con la scuola primaria di via Einaudi di Grosseto.
Alcuni miei libri sono stati venduti all'estero (Spagna e Francia), ed alcuni ne ho tradotti (USA e Francia).


1 Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Non l’ho deciso, è venuto da sé… Fa parte di me come tante altre cose.

2 Che genere di storie le piace inventare?

Quelle un po’ buffe, un po’ commoventi… soprattutto quelle “nutrienti” per chi le legge.

3 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

La calma. Difficile, nel nostro quotidiano. Se posso, lascio tutti e tutto e me ne vado per pochissimi giorni fuori dalla città, tra le colline della Maremma. Ma proprio pochissimi e contati giorni…

4 Quando nasce un nuovo racconto?

Da una serie di sollecitazioni esterne che si incontrano con quelle interne. Sembra un trattato di filosofia! Mi spiego: ci sono delle situazioni, storie, persone, che mi colpiscono, e che lasciano delle tracce dentro di me. Quando tutto coincide al meglio con un progetto che sento fortemente, esce il racconto, e il libro. Sembra complicato, ma chi fa un lavoro creativo sa benissimo di cosa parlo.

5 Le è mai capitato di sognare il personaggio di una sua storia?

No, mai. Ma sento delle voci. E della musica. Infatti, suono alcuni strumenti, e nel passato componevo musica. Sarò normale?

6 Sta lavorando a qualcosa in questo periodo?

Due o tre progetti. Uno sarà terminato entro giugno, il mio secondo titolo per la collana di Franco Angeli “le fiabe per…” il tema è l’intercultura. Il mio primo sulla separazione dei genitori sta andando molto bene.

Poi ho scritto un bellissimo libro su un’aquila e sulla shoah… sta girando tra gli editori. Sarà anche in Inglese. Da una storia vera.

7 Alcuni ritengono che la letteratura per l’infanzia sia di serie di B.
   Che dire a chi la pensa così?

Il piccolo principe, Pinocchio, Alice in wonderland, le fiabe raccolte dai fratelli Andersen, … di serie B? Ma per favore!… gli direi.

8 Come definirebbe il suo stile?

Apparentemente leggero. Cerco di scrivere per i bambini con un linguaggio molto semplice, così come è il loro. Faccio molta attenzione alle parole, e ne uso da un dizionario molto ristretto. Molti libri per ragazzi, penso a quelli che circolano anche nelle scuole come libri di testo, sono incomprensibili, spesso, per un bambino. Tutti oggi usiamo per parlare un linguaggio molto ristretto. E a me piace usare il linguaggio quotidiano. Solo con questo si possono affrontare temi difficili, entrando in maniera “dimessa” nella vita quotidiana dei lettori, ma puntando al cuore.

Alcuni dei temi che ho trattato: l’abuso sessuale, l’adozione, la disabilità, la separazione-divorzio dei genitori, la shoah…

9 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?

   Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Quando leggete, se leggete, cercate di farlo nel silenzio. Il silenzio oggi è un tesoro sempre più prezioso e raro. E’ importante, per leggere o per ascoltare. Ma soprattutto per ascoltarsi. La nostra anima ne ha bisogno, così come i nostri polmoni dell’aria che respiriamo. Certo spesso quest’aria è inquinata. Ed i nostri pensieri?


Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.









In soffitta, ritrovamenti e ricordi.

Quando faceva caldo mia mamma metteva due brandine da mare in taverna. Veramente in quegli anni era un misto tra garage, taverna e cantina. Comunque si stava al fresco. Ci sdraiavamo di pancia. La mia mamma apriva un libro, a terra davanti la sua brandina, dove potevo anch’io vedere le pagine, che raramente erano illustrate, ma mi piaceva osservarle scorrere durante la lettura. Erano storie un po’ lunghe, ricordo una bambina che doveva lavare montagne di panni con un pezzettino piccolissimo di sapone, ricordo una ragazza che doveva confezionare vestiti con rami spinosi di rovo, per i suoi fratelli che erano stati trasformati in cigni… l’altro giorno sono andata in soffitta per recuperare qualcuno di questi libri, ne ho trovati un paio, ma dovrò rimettermi a caccia tra gli scatoloni. Per ora ho scovato questi due.





Rimescolandomi tra le varie cose della mia infanzia ho fatto un ritrovamento particolare. La mia fionda!

Fatta di legno di sambuco, un pezzo di pellame sintetico che non ho idea da dove provenisse e un elastico da mutande. C’era un boschetto di sambuchi sulla strada sterrata che portava da casa mia a quella dei miei nonni. Un boschetto sotto al quale passava una vena d’acqua così potente che una volta, diceva mio nonno, in un periodo di piena, si era portata via in un momento un materasso, buttato lì da qualcuno proprio per vedere se il corso d’acqua era tanto potente quanto faceva pensare il suo lugubre borbottio.

Là i sambuchi crescevano a meraviglia. Mia nonna impanava i fiori bianchi ad ombrello. Un trio di bambini della zona una volta mangiò le bacche e finì all’ospedale per una lavanda gastrica… credo che i genitori non sapessero esattamente che bacche avessero mangiato i loro figli, altrimenti, non posso credere che per le bacche del sambuco degli ospedalieri abbiano sottoposto dei bambini a questo trattamento. Io ero più grandicella e me li ricordo quei tre, li vidi raccogliere le bacche nere per poi portarsele in una casetta di legno nell’orto dei loro zii. Passarono un pomeriggio a farci intrugli e pozioni, a quel bel colore che gli si impastava tra le mani a un certo punto non hanno resistito e si son mangiati e bevuti le loro preparazioni.

Chissà quando li hanno scoperti tutti colorati di viola sambuco… chissà che facce avranno fatto loro e che paura avranno provato i loro genitori. Bon, mi sono tornate alla mente queste piccole vicende. Ma ora ecco la mitica fionda! Un lavoro accurato eh? Avrò avuto 8 anni quando la feci, mio cugino di due anni più grande aveva un suo coltellino, io presi in prestito quello di mio papà, che teneva nascosto in un cassetto, nascosto sì… però io sapevo dove eh eh eh…la corteccia si sfogliava facilmente, sotto era verdognola se non ricordo male, incisi pure la mia iniziale, ci perdemmo un po' di tempo, ma intagliammo con cura. L'elastico s'è seccato, ma allora funzionava bene. Armavano la fionda con le bacche dure e leggermente spinose del cipresso, oppure con quelle acerbe e durissime dell'alloro. Certi pizzichi sui polpacci!




Ha circa 31 anni!

mercoledì 25 maggio 2011

Intervista a Marco Tomatis


Marco Tomatis è nato e vive a Mondovì, in provincia di Cuneo. Insegna Italiano e Storia in una scuola media. Da anni scrive libri per ragazzi e sceneggiature per libri a fumetti illustrati da Cinzia Ghigliano, tra cui le avventure di Lea Martelli e la serie di Solange, che si è sviluppata in sette volumi tra il 1984 e il 2001, e ha avuto un grande successo, anche internazionale. Ha vinto il Premio Città di Cingoli 1999 con Il mistero della pietra nera
e il Premio G. Reghini Ricci con il libro Luna nella foto.



1 Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Non c’è un motivo particolare. Semplicemente mi sono accorto che era la cosa che, nell’ambito della scrittura, non solo mi piaceva di più, ma mi riusciva anche meglio, almeno a giudicare dalle vendite. Poi trovo interessante e divertente parlare di libri e di scrittura con i bambini e i ragazzi. Sono freschi, originali e per nulla scontati.

2 Che genere di storie le piace inventare e come definirebbe il suo stile?

Non credo tocchi a me definire il mio stile, ammesso che ne abbia uno. E non ho neppure particolari preferenze sulle storie da scrivere, anche se devo confessare un certo debole per romanzi a sfondo storico, come l’ultimo libro che ho scritto con Loredana Frescura “Ho attraversato il mare a piedi” edito da Mondadori e centrato sulla figura di Anita Garibaldi.

3 Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo di solito di mattina, quando sono evidentemente più fresco e tutto sembra più nuovo. Oppure in tarda serata o di notte, quando tutto intorno c’è silenzio e buio. Il mio tavolo da lavoro è abbastanza caotico, affollato di libri, corrispondenza varia e oggetti di ogni genere che magari poso lì provvisoriamente e poi non sistemo per un tempo indefinito. Comunque ogni tanto do una pulita e faccio un po’ d’ordine.

Scrivo con il pc ovviamente, anche se ho sempre con me un taccuino su cui segnare eventuali idee.

4 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Non in modo particolare. L’importante è che attorno a me ci sia tranquillità. Da questo punto di vista non ho problemi perché vivo in una casa tranquilla.

5 Quando nasce un nuovo racconto?

Quando me lo chiedono o quando mi viene un’idea che penso valga la pena di essere sviluppata.

6 Sta lavorando a qualcosa di particolare in questo periodo?

Evidentemente sì, ma ho una regola che seguo rigidamente per scaramanzia. Non parlo mai dei miei progetti. Con nessuno.

7 Alcuni ritengono che la letteratura per l’infanzia e per i ragazzi sia di serie B.
   Che dire a chi la pensa così?

Che è una colossale fesseria. Il problema è che tale idea è piuttosto diffusa a causa anche dell’ignoranza abissale di molti critici e giornalisti letterari sull’argomento. Ho sentito io stesso un noto direttore di un inserto letterario di carattere nazionale affermare che in fin dei conti un libro per ragazzi vende poche copie. Peccato che tra il pubblico presente in sala c’erano almeno un paio di scrittori da centomila copie a libro. Purtroppo è un atteggiamento da puzza sotto il naso abbastanza diffuso. Peccato che non porti molto lontano. Soprattutto non amplia la base di coloro che leggono. In Italia, che da questo punto di vista, non è certo all’avanguardia, lo zoccolo duro dei lettori è di circa tre milioni di persone (i dati non sono miei ma dell’AIE, l’Associazione Italiana degli Editori) Quindi appena il 5% della popolazione italiana. Un po’ poco. E quindi il lavoro su giovani e giovanissimi è fondamentale.

8 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
   Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Sono profondamente orgoglioso del lavoro che sto facendo, perché investire sui bambini e i ragazzi è una delle cose più importanti che una nazione possa fare.

il sito dell'autore http://www.tomatismarco.com/

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.






martedì 24 maggio 2011

Luciano Comida


Luciano Comida, triestino, giornalista e scrittore.



L’ho appena saputo, provo profondo dispiacere. Sapevo che si stava rimettendo dopo un gran brutto periodo per la sua salute… aspettavo che si riprendesse per poi scrivergli. Invece se n’è andato prima, a soli 57 anni.

Non mi sento di commentare ulteriormente quanto è accaduto, ma se non lo conoscevate vi invito a leggere:

Video dove risponde ai ragazzi e possiamo ascoltarlo parlare della sua scrittura:


Un suo racconto 

un altro
 
Voglio dedicare a lui, come a tutti coloro che se ne sono andati,
ma soprattutto a coloro che rimangono,
queste parole:
 
"Coloro che ci hanno lasciati non sono degli assenti, sono solo degli invisibili:
tengono i loro occhi pieni di gloria puntati nei nostri pieni di lacrime".
 
Sant'Agostino


Intervista ad Alessandro Marcigliano



Alessandro Marcigliano è nato a Ferrara e vive a Bruxelles, in Belgio, dove lavora come interprete di conferenza presso la Commissione europea. Ha vissuto in Francia, in Spagna e in Inghilterra. E’ stato guida turistica, maestro di balli popolari, attore e insegnante. Con Marcella, sua moglie, condivide la passione per le illustrazioni e i libri per l’infanzia, che sfoglia e legge con i suoi due figli, Agnese ed Eugenio.



1 Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Mi sono sempre piaciuti i libri per bambini, anche prima di avere dei figli. Ho così cominciato a raccogliere libri per bambini in tutte le lingue che incontravo nei miei viaggi per lavoro (per lavoro faccio l'interprete di conferenza). Poi quando sono nati i miei figli, Agnese ed Eugenio, ho iniziato a inventare storie da raccontare la sera prima di andare a letto. Naturalmente io poi me le dimenticavo, mentre loro no e mi richiedevano sempre le stesse, corregendomi ogni volta che cambiavo qualcosa. Allora, per non farmi sempre sgridare, ho cominciato a scriverle.

2 Che genere di storie le piace inventare?

Le storie che racconto nascono spesso da un dettaglio che ho vissuto od osservato nella realtà. Spesso sono racconti brevi che mi piace vedere illustrati (ho una passione per le illustrazioni!). In particolare, m'incuriosisce quando nella realtà irrompe il fantastico, l'inspiegabile, che ci lascia a bocca aperta. Ma amo anche le filastrocche, le piccole rime, da canticchiare ad alta voce.

3 Ci racconta quando scrive, il suo tavolo da lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Scrivo sul computer, ovunque si trovi il computer. In genere a casa, a Bruxelles, su di una scrivania lunga e stretta che si trova su di un mezzanino che dà sul soggiorno. Mi piace stare in alto e davanti a me ho una grande finestra da cui vedo un campanile e un bellissimo albero che diventa tutto rosso in autunno. La scrivania è sempre piena di carte e oggetti, è coperta da una protezione trasparente e sotto ci sono infilate cartoline e altre immagini, tra cui una cartolina piena di "I love you" colorati che mi ha regalato mia moglie Marcella. E poi sono circondato da bellissime illustrazioni, in particolare gatti, di cui abbiamo una collezione!

4 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Non potendo fare della scrittura la mia attività principale, per me il problema è soprattutto trovare il tempo, soprattutto mentale. Le idee e le storie mi frullano nel cervello per giorni e per mesi, prima di diventare storie. Per scrivere ho bisogno di avere la mente completamente libera da altri pensieri. Per questo spesso scrivo in vacanza oppure durante un soggiorno all'estero per studiare una nuova lingua. Ed è proprio il passaggio dall'invenzione alla scrittura che m'impegna di più e per il quale ho bisogno di tempo e tranquillità. I primi lettori sono poi sempre Marcella, Agnese ed Eugenio, che mi fanno tutte le critiche e i commenti del caso.

5 Quando nasce un nuovo racconto?

Nasce da un dettaglio nella realtà che mi rimane in testa e che piano piano si trasforma, s'ingrandisce, prende forma e diventa racconto. Ad esempio il racconto La Casa rosa s'ispira a una palazzina rosa davanti alla quale passavo sempre con mia figlia Agnese in passeggino quando andavamo al parco. Poichè il primo piano di questa palazzina aveva sempre le persiane chiuse, raccontavo ad Agnese che lì andava a dormire la luna di giorno. E da questo spunto è nato poi il racconto di una bambina che aveva paura della luna e di una misteriosa casa rosa.

6 Sta lavorando a qualcosa di particolare in questo periodo?

Sto lavorando a un progetto con un'illustratrice, Daniela Giarratana. Daniela ha voluto illustrare un mio racconto, che ha scelto fra quelli che avevo nel cassetto, e insieme lo stiamo trasformando in un libro illustrato che spero qualcuno vorrà pubblicare. Poi per l'anno prossimo è in cantiere un libro con Eva Montanari, anch'esso nato da una collaborazione, una filastrocca su di una bambina cicciona. Nella testa frulla ormai da mesi un racconto ambientato a Ferrara su di un bambino ebreo al tempo delle deportazioni, si chiamerà Ariel e l'albero di cachi e aspetta solo di trovare uno spiraglio per finire nel computer.

7 Qual è il racconto che spera un giorno di riuscire a scrivere? Quello che sente vorrebbe raccontare e spera di essere in grado di tirar fuori?

Un racconto non proprio per ragazzi, o forse sì, dove si mescolano due piani temporali diversi, ambientato a Ferrara, la mia città. Protagoniste sono una turista inglese golosa e sovrappeso e una giovane miniaturista ferrarese del '400. Ma mi servirebbe una vacanza lunghissima!

8 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
   Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Amo viaggiare e conoscere posti nuovi, farmi stordire da lingue che non conosco, scoprire odori e colori solo sognati. E leggere è un modo meraviglioso per viaggiare. Quando si legge qualcosa che ci colpisce, ci tocca o ci commuove, abbiamo tutti una strana luce negli occhi, la stessa della meraviglia del viaggio. E quando incontro bambini che hanno letto un mio racconto e hanno un po' di questa luce negli occhi, allora capisco che sono riuscito a farli viaggiare anche solo per la durata di una storia.

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.


domenica 22 maggio 2011

Intervista a Marinella Barigazzi



Marinella Barigazzi è nata a Pavia e vive a Rho, Milano. Come autrice ha scritto gli albi illustrati "Da grande" e "Bimbo da grande" editi da Lapis Edizioni, e il poetico "Chissà..." pubblicato da Kite Edizioni.
Come traduttrice ha tradotto, riscritto e adattato decine di albi illustrati e libri in rima dall'inglese e dal francese per alcune tra le case editrici più importanti in Italia. Collabora con grande entusiasmo con scuole, biblioteche e librerie dove intrattiene i bambini con racconti e laboratori basati sulle sue storie per promuoverne la fantasia e la creatività.

1 Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Ho fatto la traduttrice per molti anni. Traducevo manuali di software, comunicati stampa. Quando è nata mia figlia Alice ho dato le dimissioni dall’azienda presso cui lavoravo e mi sono trovata nella condizione di dovermi costruire una nuova dimensione di vita. L’ho trovata nei libri per bambini.

Ogni volta che entravo in una libreria andavo dritta al reparto dei libri per bambini. Veramente mi ci trovavo, lì, quasi per caso, a sfogliare libri. Mi sono innamorata degli albi illustrati e ho cominciato a tradurli così, per mio conto. Poi un giorno ho fatto un elenco di editori da contattare per proporre le mie traduzioni. Uno di questi ha detto “ok” e ho iniziato a tradurre... era il 2003. Nel 2005 mi è venuta l’idea di riunire i pensieri e i desideri di una ipotetica bimba sul suo futuro “Da grande” ed è nato il libro pubblicato da Lapis nel 2007.

2 Cosa le piace e cosa non le piace della scrittura?

Della scrittura mi piace tutto. Mi piace scrivere sulla carta, inizio sempre dalla carta. Riesco a esprimere meglio i pensieri, con il tempo necessario per il genere di cose che scrivo; storie da illustrare, racconti brevi, filastrocche, poesie.
Se devo proprio trovare una cosa che non mi piace nel processo della scrittura, è la rilettura a video. Infatti la evito e stampo tutto. Mi piace la carta, il suo spessore, il suo odore. Per me è insostituibile.

3 Ci racconta dove scrive?
Mi piace molto scrivere all’aperto, meteo permettendo. Mi trovo bene ai giardini pubblici, quando vedo i bambini che escono da scuola. Oppure in biblioteca, dove c’è silenzio.
Porto sempre in borsetta un quadernino, in modo da poter prendere appunti se trovo qualche cosa che mi ispira. Mi è capitato di scrivere frasi attaccandomi al muro di una strada, o appoggiata al tavolino di un bar.

4 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che lei cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Come dicevo prima mi sento più ispirata quando sono fuori casa. L’anno scorso ho scritto un racconto al parco Sempione di Milano. Un’altro l’ho iniziato seduta su una panchina di fronte a una fontana. In generale Milano mi ispira molto. Ho scoperto certi suoi angoli segreti e quando posso li raggiungo e lì osservo, scrivo, fotografo...

5 Qual è il racconto che spera un giorno di riuscire a scrivere?

Non so davvero. Quello che mi verrà ispirato da un momento di poesia, da una illustrazione, da una situazione.

6 A cosa sta lavorando in questo periodo?

Sto lavorando a un albo illustrato in uscita a ottobre e ho in mente di organizzare un ciclo di incontri in libreria sulla letteratura per l’infanzia destinati agli adulti, per poter condividere e diffondere questa mia passione.

7 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
   Una riflessione, un pensiero, un consiglio da condividere, ci dica.

Soprattutto mi auguro che la letteratura per l’infanzia continui sulle strade migliori finora intraprese, seguendo la via della semplicità, della poesia, dell’emozione e degli intenti educativi, pur mantenendo la leggerezza che la contraddistingue.

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.

Il sito di Marinella Barigazzi www.marinellabarigazzi.com

venerdì 20 maggio 2011

Intervista a Marco Innocenti


Marco Innocenti nasce a Pisa nel 1966. Laureato in Scienze politiche, vive e lavora a Firenze.
Si è dedicato al fumetto inventando le storie dell'investigatore Lenin protagonista di una collana di albi.
Ha scritto romanzi per adulti e per ragazzi, ed è l'autore della collana
"Capitan Fox" (Dami editore) tradotta e pubblicata in molto paesi.



1 Come mai ha deciso di scrivere anche per i bambini e i ragazzi?

Sono un esperto e un appassionato di fumetti. Un genere che, in qualche modo, è al contempo adulto e bambino. Forse questo mi ha facilitato. Forse sono ancora molto bambino e ragazzo, anche se ho 45 anni…

2 Ci racconta quando scrive, il suo tavolo di lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Lavoro al pc. Anzi al mac, per essere preciso. Scrivo nel tardo pomeriggio o dopo cena, nel mio appartamento di Scandicci (Firenze). Certe volte metto della musica in sottofondo. Fado, musica brasiliana, boleros. Musica forse troppo bella per fare solo da sottofondo!

3 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Come dicevo, una consuetudine è la musica in sottofondo. Certe volte invece ascolto le partite alla radio. Il silenzio non mi si addice.

4 Quando nasce un nuovo racconto? Com’è nato Capitan Fox?

Giunti mi chiamò per rivitalizzare una serie per bambini già esistente, “Dick Rabbit”. Poi i grandi capi cambiarono idea e mi incaricarono di creare una nuova collana. Così mi misi al lavoro, proponendo un bel po’ di personaggi. Alla fine mi chiesero esplicitamente di concentrarmi sui pirati. Nacque così “Capitan Fox”, che in Italia è arrivato all’ottavo volume e all’estero è tradotto in Cina, Corea del Sud, Portogallo, Polonia e Ucraina.

5 Sta lavorando a qualcosa in questo periodo?

Sono impegnato su parecchi fronti. Ho appena terminato di scrivere l’undicesimo episodio di Capitan Fox, che dovrebbe uscire nel 2012. Dirigo una nuova collana, Nobel, del consorzio Milonga (Avagliano e Fermento editore). Per questa collana, che si propone di riportare sugli scaffali libri belli ma dimenticati, sono appena usciti due titoli, “Il Blues del Rottame Vagante” di Fitzgerald e “Il giorno della locusta” di West. Inoltre, a ottobre è prevista l’uscita di un mio romanzo per adulti, “Borderlife”.

6 Molti ritengono che la letteratura per l’infanzia sia di serie B.
   Che dire a chi la pensa così?

Beh, anche i fumetti sono spesso trattati come un genere di serie B. Personalmente non credo ci siano generi di serie A e generi di serie B. Piuttosto, esistono autori di serie A e autori di serie B. In ogni caso, non sottovaluteri la serie B…

7 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?

   Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Beh, il messaggio è: leggetemi! Magari iniziate dal mio ultimo romanzo per adulti, “La città degli uomini soli” (Dario Flaccovio, 2008). Lascio l’indirizzo del mio sito internet: www.marcoinnocenti.com

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.


giovedì 19 maggio 2011

Intervista a Maria Vago


Maria Vago vive in provincia di Como.
Dopo essersi laureata in Pedagogia, si è specializzata in giornalismo.
Ha insegnato per più di dieci anni; poi per altri dieci circa ha diretto il mensile per bambini Ciao Amici e, dopo la chiusura della testata, si dedica a tempo pieno alla scrittura.
È autrice di molti libri per bambini: albi illustrati, raccolte di racconti, brevi romanzi per lettori della fascia 5-10 anni.

Come mai ha deciso di scrivere per bambini e ragazzi?

Io in realtà avevo deciso di occuparmi di libri per ragazzi da lettrice, visto che continuavo a leggerli con interesse e piacere nonostante l’età non corrispondesse da molto tempo a quella consigliata in quarta di copertina. Mi sono laureata in Pedagogia con una tesi sulla narrativa d’avventura e avevo iniziato delle collaborazioni con l’editoria e il giornalismo per ragazzi. Un giorno Roberta Grazzani, responsabile della collana Le caravelle di Vita e Pensiero Ragazzi - collana ormai “affondata” - mi invitò a provare a produrre a mia volta. Ascoltai il suo suggerimento e il risultato fu il mio primo libro: I pirati della Sirenotta. Che emozione, che soddisfazione! Non ho più smesso.

Che cosa le piace della scrittura?

Mi piace l’intreccio di libertà e vincolo che ogni volta sperimento, la sensazione di essere sciolta da ogni legame che non sia la mia fantasia e insieme il sentire che ci sono comunque delle catene che un po’ imprigionano e un po’ sostengono. Insomma, faccio quello che voglio ma insieme mi inchino a forze superiori: gli imperativi della logica per esempio, che mi mettono alla prova, mi costringono a inventare strategie, a risolvere dei problemi. Mi piace anche il raccoglimento a cui la scrittura costringe; tuffarmi dentro un mondo così finto eppure così vivo che cancella il presente e piega ai suoi ritmi persino lo scorrere del tempo reale.

C’è un luogo dove preferisce scrivere? Scrive direttamente al PC o sulla carta?

Mi piace scrivere all’aperto, nella bella stagione ovviamente. Posso sopportare per ore lo scomodo schienale di un tronco, pur di scrivere seduta ai piedi di un albero. Spesso mi attrezzo con una sedia da spiaggia… Il più delle volte però siedo banalmente alla mia scrivania. Revisioni e riletture mi riescono anche in treno, se il percorso è noto o abbastanza lungo da non esigere che stia in allerta per non lasciarmi scappare la stazione di arrivo (un’eventualità che trovo angosciante).

A me piace molto il gesto della mano che impugna la penna e lascia la sua traccia sulla carta. Mi aiuta a concentrarmi e a inventare… Purtroppo ho riempito così tanti fogli che ho consumato la cartilagine tra due ossicini del pollice. Scrivere era diventato difficile e doloroso. L’anno scorso sono stata operata e la situazione è migliorata, ma… ma la mano non è più la stessa. Oggi scrivo quasi sempre al computer; mi sono abituata e riconosco che ha dei vantaggi.

Ha delle abitudini che aiutano il suo processo creativo?

Non ho abitudini che aiutino la creatività; piuttosto delle piccole manie, gesti che compensano la tensione che evidentemente il momento, per quanto piacevole, comporta. Chi mi conosce lo capisce subito quando sono nella fase creativa perché mi tormento i capelli (ci riesco nonostante siano corti) e spesso sgranocchio grissini, crostini, tocchetti di pane raffermo… Per la gioia, quando sono all’aperto, delle formiche del posto, che quel giorno fanno un ottimo raccolto di briciole.

Quando nasce un nuovo racconto?

Quando diventa urgente (a volte ci vogliono mesi, anni!) rivestire di parole un’idea che abita la mente allo stato di impressioni, immagini, sensazioni… Sono pigra e spesso covo le storie a lungo nella loro forma d’embrione appena accennato per non affrontare la fatica della definizione attraverso parole precise, strutture linguistiche, meccanismi narrativi che devono “funzionare”. Oppure quando lo sollecita una commissione. L’argomento dato e la data di consegna sono una spinta che mi mette in moto diligentemente e di solito con risultati soddisfacenti.

Qual è il racconto che spera un giorno di riuscire a scrivere? Quello che sente vorrebbe raccontare e spera di essere in grado di tirar fuori.

Mi piacerebbe riuscire a scrivere una storia che faccia pensare e insieme divertire; che passi da una situazione all’altra in maniera un po’ sorprendente; con personaggi che i lettori riconoscano come se li avessero già conosciuti da qualche parte e che poi non dimenticassero più. Il libro che io stessa vorrei leggere, insomma.

Solitamente in quanto tempo è pronto un suo libro?

Dipende da quanto è lungo il libro e da quanto tempo mi lasciano altri impegni. In genere credo di non essere molto veloce, però una volta fatta la prima stesura correggo poco.

A che cosa sta lavorando in questo periodo?

A una raccolta di racconti su un tema dato: le feste di compleanno. Confesso che sto procedendo piuttosto faticosamente. Sullo sfondo, un storia ambientata nella preistoria, un tempo che mi affascina e mi sollecita.

C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista? Una riflessione, un pensiero, un consiglio da condividere…

Se i destinatari sono dei bambini, il consiglio (che do sempre anche quando li incontro in scuole e biblioteche) è di diventare dei ladri. Ladri di parole, idee, immagini, suoni, colori… Acchiappate tutto quello che trovate nel mondo che vi sta intorno e, soprattutto, nei libri belli! Ce ne sono tanti: leggeteli e immagazzinate, così avrete un deposito a cui attingere per scrivere o semplicemente (per modo di dire) inventare e pensare.

Se i destinatari sono degli adulti, che magari pensano di diventare scrittori per bambini, il consiglio è di non scoraggiarsi (la concorrenza è tanta e gli spazi pochi) e di non avere fretta. E di cercare soddisfazione nella creatività dell’invenzione e nel lavorio della scrittura prima che nella pubblicazione. Così non avrete comunque perso tempo.


Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.

























Intervista a Giuseppe Caliceti


Vive a Reggio Emilia, dove lavora come insegnante elementare e organizzatore culturale. È responsabile di "Baobab/Spazio Giovani Scritture", il servizio del comune di Reggio Emilia dedicato a docenti e studenti interessati alla lettura e alla scrittura. Tra i suoi libri ricordiamo quelli recentemente pubblicati, uno per i ragazzi “Evviva Zorba!” (Arka), e uno per gli adulti “Una scuola da rifare” (Feltrinelli).


1 Come mai ha deciso di scrivere anche per i bambini e i ragazzi?
Sono un insegnante elementare, da quasi trenta anni; e un papà, da sei anni. Mi è venuto spontaneo. In realtà tutto è iniziato nel 1996. Ho curato a scuola un progetto speciale per l'integrazione dei bambini stranieri all'interno della scuola elementare. Prima o poi, dopo mesi e mesi di silenzio, iniziavano a raccontarmi la storia del loro viaggio in Italia. Ho iniziato a raccogliere le loro narrazioni orali. Le feci vedere al maestro Mario Lodi e lui mi aiutò a pubblicarle.

2 Ci racconta quando scrive, il suo tavolo di lavoro e se preferisce la carta o il pc?

Preferisco il pc. Ma in realtà si scrive sempre nello stesso modo: con la testa e con le mani. E con la lingua: nel mio caso l'italiano.

3 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?
Non particolarmente. Non credo nell'ispirazione che dall'alto ti suggerisce le cose. Credo nella pratica. Bisogna scrivere molto e poi selezionare molto. Bisogna allenarsi. Per me scrivere è qualcosa di quotidiano. Poi, ogni tanto, qualcosa viene pubblicato.

4 Qual è il racconto che spera un giorno di riuscire a scrivere? Quello che sente vorrebbe raccontare e spera di essere in grado di tirar fuori.
Quello che speravo di riuscire a scrivere, fino ad ancora, sono riuscito quasi sempre anche a scrivere e a pubblicare. Però c'è un romanzo per adulti su mio padre, morto nel2000, e il suo rapporto col ciclismo, che non sono ancora riuscito a finire.

5 Quando nasce un nuovo racconto?
Spesso, quando inizio a raccontare un episodio a mia moglie o a dei miei amici, a mia figlia o ai miei scolari, sento che potenzialmente è iniziato anche un racconto da scrivere.

6 Sta lavorando a qualcosa in questo periodo?
Lavoro sempre. Ma in questo momento a nulla di particolare.

7 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?

   Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.
   Dico: "Non tutto quello che dico si può sempre dire a parole".

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.




martedì 17 maggio 2011

Intervista ad Antonella Ossorio



Antonella Ossorio è autrice di numerosi testi per l'infanzia, ma si è dedicata anche alla narrativa “adulta”. Ha tradotto dal francese, per Emme Edizioni ed Einaudi Ragazzi, alcuni volumi delle Bayard Editions.
Nell'ambito del progetto "A for Alphabet...", a cura della Cooperativa Culturale Giannino Stoppani di Bologna, consulenza scientifica di Antonio Faeti, ha pubblicato, all'interno di "ABC, antologia di figure, lettere, caratteri e scritture" (Ed. Stoppani, Bologna, 2000) la poesia "Pensieri di un punto in crisi d'identità". Ha realizzato testi per campagne pubblicitarie sperimentali della Ferrero – Kinder Sorpresa e gli enigmi in versi inseriti nel numero 197 della serie a fumetti "Dylan Dog". Partecipa a progetti di lettura presso scuole e biblioteche, e conduce laboratori di poesia e scrittura creativa. Le sue novità editoriali sono: “Se entri nel cerchio sei libero" (Rizzoli); "Il bello dell'ombrello" (Fatatrac); "C'è un ladro in fattoria" (Giunti).




1 Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi?

Il mio percorso è simile a quello di molti altri scrittori per l’infanzia: ero una maestra che amava raccontare storie ai suoi bambini. Una maestra che, grazie al grande Gianni Rodari, aveva imparato che le storie non sono mai davvero concluse, ma col tempo viaggiano e si trasformano. Sovvertire le regole di qualcosa di familiare e rassicurante come può esserlo una fiaba nota da sempre, all’inizio spiazzava i bambini; ma quando poi si “lanciavano” starli ad ascoltare era un’esperienza fantastica. Con loro inventavo storie. Per loro scrivevo le recite di Natale e di fine anno scolastico. Le scrivevo in versi, perché le imparassero seguendo il ritmo e la musica delle parole, proprio come si impara una canzone.

Un giorno quelle mie recite in rima le ho spedite alla Raffaello Editrice che stava per dare l’avvio a una nuova collana di narrativa per ragazzi. Mi ha risposto subito, chiedendomi di volgere in versi alcune fiabe classiche, come Cappuccetto Rosso, Cenerentola e altre. Così è nato il mio primo libro “Tante fiabe in rima”, seguito, due anni dopo, da “Tante favole in rima”, tratto dalle favole di Esopo. Le illustrava una giovanissima Serena Riglietti, che poi sarebbe diventata l’illustratrice di tutte le edizioni italiane di Harry Potter. E’ stata lei, qualche tempo dopo, a presentare un altro mio lavoro alla Einaudi Ragazzi. Anche stavolta è andata bene. “Cronache da Pelate” è stato il primo libro davvero tutto mio: ancora storie in versi, ma totalmente create da me. Da allora sono passati molti anni, ho scritto tanti libri, la maggior parte per l’infanzia, ma anche racconti e romanzi per adulti. E posso dire con certezza che se allora non fossi stata una maestra oggi non sarei una scrittrice.

2 Ci racconta quando scrive, il suo tavolo di lavoro e se preferisce la carta o il pc?

La carta, solo per gli appunti e per le idee da fissare al volo. In genere si tratta di fogli sparsi, se non addirittura di post- it, che dissemino dappertutto e che poi devo andare a cercare in giro per casa. Ho molti bellissimi quaderni per appunti totalmente intonsi. Perché continuo a comprarli se poi non li uso? Ah, saperlo!

La verità è che non posso farci niente: quello che la mia insegnante di quarta elementare chiamava “il brutto vizio di scrivere sui fogli volanti” proprio non riesco a togliermelo. Insomma, il mio tavolo di lavoro è piuttosto disordinato ed è un luogo dai confini imprecisati. Ma per scrivere uso il pc. All’inizio ho dovuto impormelo, poi mi ci sono abituata. Il vantaggio è evidente: non riuscire a trovare un pc è un’eventualità remota perfino per me.

3 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che cerca di ritrovare o ricreare perché aiutano il suo processo creativo?

Nessuna, se non un ambiente il più possibile silenzioso. Purtroppo non sono tra i fortunati che riescono a scrivere in treno o in un caffè. Mi disturbano perfino i rumori di fondo e questo, considerato che vivo a Napoli (città dal “sonoro” decisamente alto) è un problema. Ma in casa, avendo un marito sceneggiatore di fumetti e con le mie stesse fissazioni, la tranquillità è garantita. Il massimo del disturbo che mi può capitare è sentire la sua voce che mi grida dall’altra stanza frasi del tipo: “Ho trovato! Indovina stavolta ‘sto vampiro come lo faccio fuori…”.

4 Qual è il racconto che spera un giorno di riuscire a scrivere? Quello che sente vorrebbe raccontare e spera di essere in grado di tirar fuori.

C’è una storia che mi ronza in testa da anni, ma che, per un motivo o per l’altro, non mi decido mai ad affrontare. Gira intorno a un personaggio realmente esistito, ma non è questo a frenarmi, visto che ho già narrato una storia vera (quella di Adama Zoungrana nel mio ultimo romanzo, “Se entri nel cerchio sei libero, Rizzoli). Ma non ho fretta. Se quella storia vuole davvero essere raccontata, prima o poi mi costringerà a farlo.

5 Ha mai sognato i personaggi che ha inventato?

No, mai. Ma mi è capitato di inserire nei miei racconti luoghi e situazioni che fanno parte da sempre di un mio sogno ricorrente.

6 Molti ritengono che la letteratura per l’infanzia sia di serie di b e che scrivere per bambini e ragazzi sia facile. Che dire a chi la pensa così?

Che si sbaglia, ovviamente. In realtà si tratta di un’idea non sempre apertamente dichiarata, ma molto diffusa. Ma chi scrive (non solo per l’infanzia) e anche chi ha consuetudine con la lettura sa che rivolgersi ai bambini e ai ragazzi è molto complicato. Sono un pubblico esigente, i bambini, più attento e critico di quanto si possa immaginare. Il punto, secondo me, non è evitare i termini “difficili” (che un contesto chiaro rende comunque comprensibili), né gli argomenti “tosti” (ai bambini credo che si possa e si debba parlare di tutto; a patto di trovare “le parole per dirlo”). Quello che va evitato, ed è soprattutto qui che sta il difficile, è la banalità, lo stereotipo, la mancanza di sincerità. Se in una storia tutto questo c’è, credetemi, i bambini se ne accorgono.

7 Sta lavorando a qualcosa in questo periodo?

Ho appena finito un romanzo per adulti e ne ho uno per bambini in attesa di pubblicazione.
Nel frattempo, prendo appunti sui miei fogli volanti.

8 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
   Una riflessione, un pensiero, un messaggio, ciò che preferisce, ci dica.

Sì. Non è una mia riflessione, ma una frase scritta da un gruppo di ragazze di un Istituto Superiore di un paese in provincia di Napoli, alle quali ho tenuto un corso di scrittura promosso dalla Comunità Europea. Dopo molti incontri, molte ore passate a scrivere e a leggere insieme, molta fatica sia da parte mia che da parte loro e perfino qualche contrasto, da quest’esperienza è nato un racconto collettivo. Un bel racconto. Nella prefazione le ragazze hanno scritto: “… è stato allora che abbiamo fatto una scoperta inaspettata: la scrittura è una grande avventura. Perché le storie riservano sorprese non solo a chi le legge, ma anche a chi le scrive”.

il sito dell'autrice info@antonellaossorio.it

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.




domenica 15 maggio 2011

Intervista a Nicola Cinquetti


Nato a Bussolengo nel 1965, risiede a Pescantina in provincia di Verona.
Laureato in filosofia e successivamente in pedagogia (con una tesi sulla narrativa per ragazzi di Donatella Ziliotto), insegna filosofia e storia in un liceo.
Ha tradotto dal francese testi come “Bisognerà” (Lapis) e “Questa è la poesia che guarisce i pesci” (Lapis) e ha composto i testi di svariate canzoni per Mela Music.
Tra i suoi molti libri citiamone almeno un paio:
 “Sposerò Berlusconi” (Rizzoli) e “La piscia della befana” (Fabbri).

1 Come mai ha deciso di scrivere per i bambini e i ragazzi? 

Anni fa - ne sono trascorsi quasi venti - mi capitò di insegnare italiano in una scuola media. Talvolta, quando assegnavo compiti scritti ai miei alunni (descrizioni, racconti, temi), li eseguivo anch'io e li leggevo in classe, per offrire loro un materiale di confronto. Scoprii che i miei testi piacevano. Scoprii di avere, per così dire, una naturale inclinazione per la letteratura infantile.

2 Cosa le piace e cosa non le piace della scrittura?

Mi piace la libertà di creare, la possibilità di mettere al mondo personaggi, storie e mondi, senza altri vincoli se non il mio gusto personale. Per poi scoprire che, magari, le mie creature possono piacere anche ad altri.
D'altra parte, non c'è nulla che non mi piaccia - della scrittura. Le stesse difficoltà, i problemi che si incontrano nella composizione o nell'espressione, appartengono a quanto mi appassiona.

3 Ci racconta quando scrive e il suo tavolo di lavoro? Preferisce la carta o il pc?

Scrivo quando ne ho occasione, meglio se di mattina. Il mio tavolo da lavoro è un grande tavolo ikea, color frassino. Accanto allo schermo, un Pinocchio in ceramica, seduto a cavalcioni sulla balena.
Scrivo solo al computer, perché mi permette di mantenere sempre pulito il foglio nonostante le infinite modifiche e riscritture.

4 Ci sono delle consuetudini, situazioni o atmosfere che lei cerca di ritrovare o di ricreare perché aiutano il suo processo creativo?
A volte metto su un po' di musica, ma a me purtroppo piacciono ancora i cantautori italiani, quegli degli anni '70 (De Gregori, Vecchioni, Camerini, Ivan Graziani...), per cui succede che le loro parole si confondono con le parole che vado scrivendo, e finisce sempre che spengo tutto.

5 Si affida alla disciplina o all’ispirazione?
Se si tratta di lavori particolari, come nel caso della biografia dell'infanzia di Leopardi (La piscia della befana), procedo con metodo e rigore nella ricerca delle fonti, nell'organizzazione del materiale e via dicendo. Se si tratta di poesia o narrativa, la disciplina non so cosa sia.

6 A cosa sta lavorando in questo periodo?
È uscito in questi giorni Pilotto (Rizzoli), un piccolo romanzo di fantasia per bambini. Ora, invece, sto terminando la stesura di un testo per un albo che uscirà per le edizioni Arka e sarà illustrato da Bimba Landmann. L'estate prossima, se l'ispirazione mi sosterrà, mi dedicherò alla scrittura di un nuovo libro per bambini, un'altra storia di pura fantasia.

7 C’è qualcosa che vorrebbe lasciar detto in questa intervista?
   Una riflessione, un pensiero, un consiglio da condividere, ci dica.

Pensando alla bella Trieste - e allo stesso nome del suo blog - vorrei suggerire la rilettura di un piccolissimo libro che ho sempre amato: Il maestro Bora, di Donatella Ziliotto. E magari, della stessa Donatella, Un chilo di piume, un chilo di piombo, con quelle corse sui pattini per le vie della città resa deserta dagli allarmi che annunciavano i bombardamenti...

Se qualcuno, per qualsiasi motivo, volesse utilizzare anche solo in parte l’intervista presente in questo post, dovrà chiedere esplicita autorizzazione all’autore che ha fornito le risposte.

venerdì 13 maggio 2011

Milko a Tarvisio

Fra le spettacolari montagne e i rigogliosi boschi di Tarvisio, Milko si è trovato benissimo!
Le educatrici Dalila, Barbara, Simona e Laura hanno saputo presentarlo ai bambini con estrema dolcezza e simpatia. Le ringrazio di cuore per la splendida accoglienza!

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